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Cos’è il buddismo

La tradizione scelse la città di Kapilavastu come luogo di nascita del Buddha perchè nella sua dottrina ci sono echi di quella insegnata da Kapila, fondatore del Sankyam; ma è più verosimile pensare che quegli echi, a quanto pare indiscutibili, si debbano al fatto che il Buddha nacque nella patria di Kapila, dove il Sankhyan e la sua terminologia erano ben noti. Sankhyam in sanscrito vuol dire enumerazione. Il Sankhyam è dualista. Dall’eternità esiste una materia complessa, chiamata Prakriti, e un infinito numero di Purushas o anime individuali e immateriali. La Prakriti consta di tre fattori, i gunas: il primo, sattva, corrisponde a quanto è lieve e luminoso negli oggetti, al benessere e alla felicità nei soggetti; il secondo, rajas, corrispnde a ciò che è forte e attivo negli oggetti e alla passione e aggrssività nei soggetti; il terzo, tamas, a quanto è oscuro e pesante negli oggetti e nei soggetti all’indifferenza e al sonno. Il primo guna predomina nel mondo degli dei, il secondo in quello degli uomini, il terzo nel mondo animale, vegetale e minerale. Secondo questa teoria, la gioia o il dolore che cagionano le cose si trova, letteralmente, in esse. Il piacere che ci dà il vedere fiori si trova nei fiori. L’origine dei diversi colori è attribuita ai gunas: il predominio del sattva produce il giallo e il bianco, quello del rajas il rosso e l’azzurro, quello del tamas il grigio e il nero. Un paragone classico paragona i gunas ai capelli che si intessono per fare una treccia. I Purushas, uniti alla materia, formano gli esseri viventi. In ciascuno di essi dobbiamo distinguere il corpo materiale e il corpo etereo o anima psichica, fatto d’una sostanza sottile. Il purusha, che per muoversi ha bisogno del corpo, è paragonato a uno storpio; la Prakriti, che non può sentire o vedere senza l’anima, a una cieca. Il corpo matriale perisce in ogni incarnazione con la morte dell’uomo; il corpo etereo o sottile è immortale e accompagna l’anima nel cielo delle trasmigrazioni. L’anima immateriale è uno spettatore, un testimone, non un attore nei confronti delle cose. Quando il corpo sottile o anima psichica intuisce questa verità, cessa l’unione dell’anima con la materia. L’anima e i due corpi, il materiale e il sottile, si separano. L’anima psichica giunge a una tale convinzione mediante esercizi ascetici; la aiuta in ciò il primo guna, il sattva. L’anima liberata dai suoi corpi non si riunisce a un’anima totale, ma raggiunge l’assoluta incoscienza. I testi la paragonano a uno specchio sul quale no nsi posa alcun riflesso, a uno specchio vuoto. Tale incoscienza non è mera privazione o annientamento; l’anima, che prima era testimone della veglia e dei sogni, ora lo è del sonno profondo. Per illustrare la tesi che fondamentalmente siamo spettatori e non attori, i maestri del Sankhyam ricorrono a una bella metafora. Chi assiste a una danza o a una rappresentazione teatrale, finisce con l’identificarsi coi danzatori o con gli attori; lo stesso accade a ciascuno coi suoi pensieri e azioni. Dalla nascita alla morte non facciamo che osservare qualcuno e dividere con lui i suoi stati fisici e mentali; tale intima convivenza crea in noi l’illusione di essere colui. Analogamente, Victor Hugo intitolò la sua autobiografia Victor Hugo racontè par un temoin de sa vie. A somiglianza di altri sistemi filosofici dell’india, il Sankhyam è ateo; ciò non impedisce che i bramini lo considerino ortodosso, giacchè tra gli indiani, l’ortodossia non è definita dalla credenza in una divinità personale ma dalla venerazione dei Veda, che sono le raccolte di inni, preghiere, formule magiche e riti che formano il più antico monumento letterario dell’Indostan. D’altronde l’ateismo del Sankhyam non è aggressivo; il sistema esclude un Dio onnipotente, ma non le innumerevoli divinità della mitologia popolare. Garbe cita un testo che die ce: "Dio non può aver fatto il mondo per interesse, perchè non abbisogna di nulla; nè per bontà, giacchè nel mondo c’è la sofferenza. Dunque, Dio non esiste"

Per il Buddha, ciascuno di noi ha già percorso un numero infinito di vite, ma può evitare di percorrere infinite vite future se raggiunge la liberazione o nirvana. E’ bene chiarire che infinito non è, per il buddismo , un sinonimo di indefinito o di innumerevole, ma significa, come in matematica, una serie senza principio nè fine. Il nostro passato  non è meno vasto e insondabile del nostro futuro. Ogni incarnazione determina la successiva; questo determinarla costituisce ciò che le scuole filosofiche dell’India chiamano il karma. La parola è sanscrita e deriva dalla radice kri che significa "fare" o "creare". Il karma è l’opera che incessantemente ordiamo; tutti gli atti, tutte le parole, tutti i pensieri, forse tutti i sogni, producono, quando l’uomo muore, un altro corpo (di dio, di uomo, di aniumale, di angelo, di demonio, di reprobo) e un altro destino. Se l’uomo muore col desiderio della vita nel cuore, torna a incarnarsi; è come se morendo piantasse un seme. Il karma agisce in modo impersonale. Non esiste una divinità in qualche modo giuridica che distribuisca castighi e ricompense; ogni atto ha in sè il germe di una ricompensa o di un castigo che possono non verificarsi immediatamente , ma sono fatali. Nel buddismo si danno sei condizioni per l’uomo dopo la morte. Sono chiamate i Sei cammini della Trasmigrazione. La condizione di uomo è la più difficile da raggiungere. Una parabola ci parla di una tartaruga che abita nel fondo del mare e ogni cento anni sporge la testa alla superficie e di un anello che vi galleggia; è tanto improbabile che la tartaruga infili la testa nell’anello quanto che un essere, dopo la morte, s’incarni in un corpo umano. La parabola ci esorta ad approfittare della nostra umanità, giacchè solo gli uomini possono raggiungere il nirvana. Nirvana significa "estinzione". Per noi l’estinguersi di una fiamma equivale al suo annientamento; per gli indiani la fiamma esiste prima che la si accenda e dura dopo che sia spenta. Accendere un fuoco è renderlo visibile; spegnerlo è farlo sparire, non distruggerlo. Lo stesso, secondo il Buddha, avveiene della coscienza: quando abbiamo il corpo l’avvertiamo; quando il corpo muore essa sparisce, ma non cessa di esistere. Il poeta francese Leconte de Lisle formulò, forse senza saperlo, tale desiderio di annientamento: "Delivre-nous du Temps, du Nombre et de l’Espace, et rends.nous le repos que la vie a trouble" (Liberaci dal Tempo, dallo Spazio e dal Numero, e rendici il riposo che la vita ha rubato). Ma il voler non essere ha, per la maggioranza degli uomini, più della minaccia che della promessa. Ogni religione deve adattarsi alle necessità dei suoi fedeli e il buddismo per sopravvivere si rassegnò nel tempo a profonde e complesse modificazioni. Il Mahayana fa balenare a ciascuno dei suoi adepti la possibilità, indubbiamente remota, di divenire un buddha dopo innumerevoli trasmigrazioni e di salvare molti; questo lungo processo offre ai devoti la prospettiva di una serie di vite, attraverso le quali avvicinarsi, senza fretta, al nirvana. Il famoso imperatore Asoka (264-228 a.c.), si convertì alla fede del Buddha ma non riconrse mai alle armi per imporla. Le guerre religiose sono una prerogativa del giudaismo e delle sue diramazioni, cristianesimo e islamismo, che hanno ereditato quel metodo di conversione. In oriente, è possibile professare allo stesso tempo diverse religioni, che non si danno a vicenda fastidio e le cui cerimonie convivono. Il buddismo ignora ogni relazione personale con un dio, giacchè è una dottrina essenzialmente atea nella quale non esistono nè il credente nè la divinità. Contrariamente a quanto accade nell’ebraismo e nelle sue derivazioni, in esso non esistono neppure i patetici concetti di colpa, pentimento e perdono. Nel buddismo Zen, non si raggiunge il satori mediante l’adorazione, il timore, la fede, l’amore di Dio o la penitenza; è una disciplina che cerca la pace ed elimina le emozioni.   

[Cos’è il buddismo – Borges] 
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