Libri

Il machiavellismo della dittatura per il proletariato

Il problema dell’adeguamento della teoria alla realtà è il così detto realismo, il cui significato più propriamente ideologico e morale possiamo meglio comprendere riconducendolo alle origini e caratterizzandolo come machiavellismo.

" Il machiavellismo è un progetto etico e politico ispirato all’idea espressa da Niccolò Machiavelli ne Il Principe, intesa come precetti dell’arte di governare, in base alla quale il governante pur di raggiungere il proprio fine si serve di ogni singolo espediente, anche il più subdolo o spietato, indipendentemente da ogni considerazione di carattere morale. "

Gia un nostro filosofo idealista aveva definito Marx il "Machiavelli del proletariato" e aveva attribuito al movimento socialista italiano il merito di aver ricondotto le menti a Machiavelli e alla sua concezione politica. Ma ciò che poteva valere per Marx e per la tradizione di pensier alla quale egli si ricollega – tradizione che dal romanticismo risale a Vico e al nostro Rinascimento – ben altro più grave significato acquista alla luce delle concezioni e dei metodi fatti proprio dagli uomini della rivoluzione russa. Qui il dramma messo in luce dal Machiavelli esplode nel modo più crudo e una terribile coerenza segna il cammino del nuovo realismo politico.
Per analizzare il problema nei suoi termini più concreti, è opportuno rifarsi al concetto di dittatura del proletariato e alla trasformazione ch’esso ha subito nella teoria e nella prassi del bolscevismo. Il vecchio dualismo d’interpretazione, che contrappone alla dittatura del proletariato la dittatura per il proletariato, è andato sempre più risolvendosi – almeno in vista della fase di transizione verso il nuovo regime – nel senso di riconoscere la necessità della seconda interpretazione. Dittatura per; e cioè iato iniziale tra un’elite e la massa, tra la consapevolezza della minoranza dirigente e la fede immediata della massa, per il bene della quale si opera la rivoluzione. Ora, questo iato ha due aspetti diversi sui quali è necessario richiamare l’attenzione per determinare i limiti della ideologia e della conseguente sua realizzazione. Il primo aspetto concerne la possibilità che la minoranza dirigente ponga accanto al fine rivoluzionario della proprio azione un secondo fine particolaristico di consolidamento del potere e di esaltazione della propria volontà di dominio. Tale sdoppiamento di fini può essere concepito anche in buon fede, ed è anzi tanto più pericoloso quanto più chi governa è sicuro di operare unicamente per l’ideale comune. Per chi è al potere, l’identificazione del proprio interesse con l’interesse generale è in un certo senso necessaria; fisiologica e non patologica. Ma chi al potere si abitua non sempre è in grado di mantenere l’unità dei due interessi e con molta difficoltà riesce a determinare il momento in cui la divergenza di essi s’inizia e poi si accentua e si consolida. Allora proprio gli antesignani della rivoluzione ne diventano l’ostacolo maggiore, trasformandosi in esponenti del conservatorismo e della reazione. Non è, tuttavia, questo primo aspetto del problema che ora ci interessa per mettere in luce il machiavellismo del nuovo realismo politico. Concediamo pure, senza discutere, che la dittatura per il proletariato sappia mantenersi fedele al suo compito, con la vigile coscienza della propria funzione, e guardiamo invece al secondo aspetto del problema che è intrinsecamente legato al dualismo di governanti e governati. Questo dualismo deve condurre, per la sua stessa natura, a considerare la massa insieme come fine e come mezzo, senza che fine e mezzo possano veramente coincidere e acquistare perciò effettivo valore spirituale. Come fine, si opera per il suo bene e la si pone al centro del processo storico e a ragione di esso. Come mezzo, invece, la si trasforma e convoglia e dirige, più o meno passivamente, senza consentirle la precisa consapevolezza delle tappe del cammino da percorrere. Essa non è matura per porsi sullo stesso piano dei governanti e occorre che questi pensino e vogliano per lei. Per diventare libera, essa deve rassegnarsi a essere strumento di chi le prepara la libertà.
Anche se il fine continua ad essere il probletariato, esso vive in realtà nella mente di coloro che esercitano la dittatura, e intanto è solo strumento nelle loro mani, sì che per il rapporto politico che ne deriva tornano ad avere pieno valore le norme riconosciute nel trattato su "Il principe". Il presupposto fondamentale è, naturalmente, quello per cui la morale si identifica con la politica e l’intenzione si giudica dal gradi di realizzazione.
Il fine storico si assolutizza e la prassi rivoluzionaria non ha ragione di scartare alcun mezzo per accelerarne il processo di realizzazione. Ogni presupposto di etica cristiana e di etica kantiana viene a svuotarsi di contenuto e l’uomo stesso deve diventare mezzo  o strumento, che come tale, può essere sacrificato ogni volta che ciò si presuma politicamente giovevole.

" Kant distingue fra imperativi ipotetici e imperativo categorico. Il rischio di una morale utilitaristica come quella cui più tardi pervenne l’inglese Bentham, portò il filosofo a cercare il fondamento della morale in un comando non condizionale. Il fondamento dell’etica è lo stesso che fonda la ragione, quel principio di non-contraddizione scoperto da Aristotele, che, prima che una legge logica, è una legge etica dell’Io. Una vita conforme alla ragione equivale ad un obbligo di coerenza che vale sia nel pensiero che nell’essere. L’Io è libero di negare questo principio, ma si limita a vivere nel mondo dell’opinione (non razionale) e della stoltezza (non etico). "

La persecuzione, la crudeltà e il sangue sono trasvalutati nella coscienza del politico, che se ne serve, con animo più o meno sereno, per il conseguimento dei suoi fini. Il che, se non è dettato da radicale incoscienza, può essere spiegato soltanto in funzione di una concezione metafisica, che abbia la certezza dogmatica di una religione. E di fronte ad essa diventano frasi senza senso quelle di coloro che continuano a parlare di una dialettica meramente metodologica o di un materialismo storico come canone di interpretazione.
Il dualismo è dato teoricamente e praticamente dal presupposto che la coscienza della massa non sia matura per la comprensione di ciò che effettivamente risponde al suo bene e per la scelta dei mezzi da adoperare. Il dualismo presuppone ancora che nella scelta dei mezzi si possono usare, e di fronte alla stessa massa, e contro le forze reazionarie, tutte le armi della abilità diplomatica, del segreto, della reticenza, dell’inganno della violenza e simili, via via che esse sembrino opportune ai fini del programma da svolgere. La dittatura, cioè, si pone nel processo storico in funzione di provvidenza o di astuzia della ragione, sè che gli uomini siano indotti ad agire con l’occhio volto a una meta e in realtà operino per un fine di cui non hanno consapevolezza. La dittatura d’elite tende a diventare sempre più rigorosamente una dittatura personale, machiavellicamente coicidente con la dittatura del principe. A poco a poco occore che nell’ambito dell’elite vengano a distinguersi i più e i meno informati, i più e i meno potenti, e che al suo centro venga a porsi un uomo, il principe, che decida in ultima istanza e che serbi nell’intimità della sua coscienza il segreto del fine da conseguire e delle armi tattiche da usare. Ogni violazione di tale segreto potrebbe infatti compromettere tutto il risultato dell’azione politica. Di qui il potenziamento del segreto come una delle caratteristiche fondamentali dei regimi totalitari. Segreto del dittatore, assenza di segreti di fronte al dittatore. E tra il dittatore e la massa, la polizia che ciò renda possibile. Questo il problema tragico del machiavellismo: bisogna parlare in un modo e fare in un altro, non essere il teorico che teorizza senza maschera, ma l’attore che la maschera deve apporsi, prima di tutto fingendo di rinnegare Machiavelli. E allora la porpaganda non può essere fatta senza che l’idea venga intorbidata dalle riserve mentali: la concezione del comunismo non può più trasparire cristallina all’uomo che si vuole educare.
La civiltà liberale e borghese ha fatto della libertà il monopolio di una classe solo a patto che molti non liberi ne pagassero il prezzo, ma, se oggi la stessa libertà vuole esser rivendicata da tutti, sè che nessuno resti a condizionarne il privilegio, la lotta di classe si muta in lotta di gruppi e di individui, tutti al privilegio anelanti, e tutti impegnati nella corsa degli egoismi più sfrenati. La presunta libertà diventa il principio della disgregazione, dell’atomismo e del conseguente caos. Perchè a questa logica sia dato sottrarsi, occorre vivere di un’altra fede, credere in un nuovo mondo sociale, che vada al di là del liberalismo e realizzi nella comunità degli uomini un ideale, che non sia quello del tornaconto del singolo e del calcolo economico di chi guarda alla propria persona come al centro del mondo.

[Tratto da: Il comunismo – Ugo Spirito]
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...