Libri

Anarchia, divina anarchia

Il vecchio e Pilar inghiottivano il cibo avidamente, come se entrambi attendessero il fischio della fabbrica; erano abituati così. Juana, invece, no. Nonostante la fame, spiluccava, lentamente.

Mentre mangiava, il vecchio leggeva nella “Soli” le atrocità commesse dai fascisti nel Sud. Queipo de Llano aveva raso al suolo il villaggio di El Arahal. Operai e contadini, messi al muro e fucilati in massa.

– E quindi, diceva che adesso Ugenio è il responsabile della fabbrica? – cominciò Pilar con sarcasmo. – Andiamo bene… E del padrone che ne è stato, padre?

– Bestie – disse il vecchio con voce compiaciuta, piegando il giornale. – Sono delle bestie. Non possono evitarlo. Sono stati educati per essere così.

Pilar guardò Juana, e commentò:

– Qui li ammazziamo uno alla volta… vero, padre? Siamo più artigianali… E, a proposito, che ne è stato del signor Mascó?

– E che ne so! – rispose il vecchio bruscamente, distogliendo lo sguardo. – Scomparso. Morto. Gli avranno applicato la riforma agraria.

Pilar informò suor Juana, passandosi un dito sulla gola:

– Un metro e ottanta per sessanta ciascuno. Come un letto, però sottoterra, capisci? Modello per proprietari terrieri. In realtà, è tutta la terra di cui hanno bisogno.

Juana raccolse meticolosamente l’ultima mollica dal piatto. Senza alzare gli occhi, dichiarò:

– Uccidere è peccato.

Il vecchio gettò il giornale sul tavolo. Si inclinò sulla giovane, guardandola con il suo unico, terribile occhio. Un occhio nero, filettato di rosso, da ciclope.

– Qui, o a Siviglia?

Suor Juana ribadì, imperterrita:

– Uccidere è peccato.

– Lui no, bella – disse Pilar, dolce, persuasiva. – Non il Mascó. A quello bisognerebbe ridargli la vita per ucciderlo di nuovo. Te lo dico io. E non una, tante volte. Ucciderlo lentamente. Stringere, però senza finirlo. Insomma, tu ne sai qualcosa: come con Cristo.

Il viso di suor Juana era un muro senza fessure.

– Uccidere è peccato – disse per la terza volta.– i  Comandamenti lo proibiscono.

Salmodiò con voce recitante:

– “E certamente chiederò il vostro sangue, che è la vostra vita: dalla mano di qualsiasi essere vivente la reclamerò, come la chiederò dalla mano dell’uomo, estraneo o congiunto, chiedendo conto della vita umana”

Per chiudere in bellezza, aggiunse:

– “Genesi”, nove, versetto cinque.

Il vecchio sembrava sul punto di scoppiare. Cominciò a tossire, si stava strozzando. Si passò la mano sulla faccia. Nello spingere il cappello all’indietro apparve il cranio, rosso, completamente calvo: – I comanda… che…? E chi proibisce cosa…?

Si alzò. L’aria gli entrò nei polmoni con un fischio. Il suo corpo gigantesco sembrava occupare tutta la stanza. Pilar si servì un’altra porzione.

– L’hai fatta grossa – avvisò, tranquilla. – Adesso starà così per un’ora.

– La vita umana! – esplose il vecchio alla fine. – Uccidere! E pagare salari da fame non è uccidere? E mandare i bambini in fondo alle miniere… far lavorare le donne dall’alba al tramonto… non dare medicine ai malati… e tenere il popolo nell’ignoranza… non è uccidere? Se non lo è, che cos’è allora? Me lo puoi dire? “Loro” ci hanno ucciso per secoli! Preti e militari! Militari e preti! Le due facce del potere! Lo Stato! Pensa, per esempio, alla Settimana Tragica, quando fucilarono Ferrer, che, tra l’altro, era mio amico…

A quel punto Pilar, che continuava a mangiare senza dargli retta, intervenne allarmata:

– Ma padre, un’altra volta questa storia? Lasci stare, non cominci da così lontano. Ci crediamo, ha ragione lei.

Ma il vecchio non aveva ancora finito. Si muoveva in quello spazio ristretto gonfiando il petto come un orango. L’occhio di Polifemo mandava scintille.

– il generale Weyler ordinò di collocare i cannoni nelle strade, a pochi passi da qui! e di sparare contro il popolo… Questo è il popolo, carne da cannone, quando non è schiavo dentro una fabbrica! Fu allora che cominciai a vedere le cose con chiarezza… Con quest’occhio vedevo i morti per strada, e con questo – indicò l’altro, cieco, bianco come una porcellana, – il cammino che avrebbe liberato gli operai…

Le due donne rimanevano in silenzio. Il vecchio si sentiva un tribuno. Danton?

– I Comandamenti! – riprese, sarcastico. – E tu li conosci i Comandamenti del Senso Comune? Allora, è la prima cosa che devi imparare…

Si diresse verso lo scaffale e cominciò a prendere un mucchio di libri, con le mani irrequiete e oscure, solcate da nervi come fili elettrici.

– Questi sono i Comandamenti… Gli unici, quelli veri… non le stupidaggini che vi insegnano i preti…

Li posava uno dopo l’altro in grembo a suor Juana.

– Prendi, prendi… – diceva, mentre le leggeva i titoli: – “La conquista del pane”, “Parole di un ribelle”, “Il ragno nero”, “Le rovine di Palmira”… “Il Libro Eterno”… Questa è la vera Bibbia! Prendi, leggi…

– Non ti far imbrogliare – avvertì Pilar, ridendo. – A me non è mai riuscito a farli leggere.

Ma Juana rispose, obbediente.

– Li leggerò.

Quei titoli le ricordavano la sua infanzia, i romanzi di Salgari. Prese il primo della pila.

– “Il Libro Eterno” – ripeté, con aria sognante. – Comincerò da questo. Del signor Bakunin.

Pilar le preparava il letto in una delle due stanzette nel corridoio, sistemando un materasso sopra l’altro.

– Tutti imbottiti. Sono quelli che hanno portato gli operai. Dormirai come una regina.

Stese un materasso nel corridoio.

– Io dormirò fuori. Ci sono abituata. Così il vecchio non verrà a disturbarti la notte, non mi fido. O forse, chi lo sa, magari con questa cosa dei libri l’hai rabbonito. E’ la prima volta che gli succede. – Sulla porta, disse: – Buonanotte -. Chiuse.

Juana guardò i materassi. Uno sull’altro – erano tre – arrivavano alla spoglia lampadina che pendeva dal tetto. Con un gesto meccanico si inginocchiò ai piedi del letto. Ma, come temeva, le fu impossibile pregare o pensare a qualcosa di coerente.

Un’altra caratteristica di quello-che-stava-accadendo, oltre alle Lettere, erano i materassi. Materassi di tutti i tipi e formati. Di casa ricca e di casa povera. Listati di blu, rosa o giallo; a fiori, damascati. Con bordo all’inglese, o senza bordo. Materassi ovunque: sui tetti, sui camion, sulle barricate. Ah, i materassi della rivoluzione! Su di loro si combatteva, ed eventualmente si moriva, come se il morire fosse un prolungamento di altre domeniche, di altri sogni.

Juana pensò al miliziano del camion, ricordò la sua voce intensa: «Sali!» Era ancora inginocchiata davanti al letto, in un gesto vuoto e inutile. Si alzò e andò a guardare dalla finestra. Fuori le sembrò di scorgere il padre di Pilar, quel vecchio apocalittico, che avanzava per la lugubre strada interna della fabbrica con la torcia in mano. Faceva un giro di ispezione, forse. Ma che cosa ispezionava? La grottesca figura ciondolante, con le lunghe braccia da gorilla, scomparve all’improvviso, inghiottita dalla cantonata. Accostò il battente.

Mentre si arrampicava sulla montagna di materassi sbatté contro la lampadina, che cominciò ad oscillare. Impossibile leggere. Impossibile dormire. Alla fine, decise di scendere a terra, stendere i materassi uno per uno e coricarsi direttamente sulla rete, con una vecchia coperta e il cuscino. La lampadina oscillava ancora, ma la luce scendeva più dolcemente. Nella testata del letto era avvolto il filo di un interruttore. Prese il libro che aveva scelto e chiuse gli occhi. Tuttavia, come attraverso le palpebre, continuò a vedere l’immagine della copertina (un signore dalla fronte spaziosa, gli zigomi alti e la barba riccia e abbondante; con gli occhi velati da un chiarore iridescente che non sembrava provenirgli da dentro, ma da fuori, come se riflettesse il mutevole bagliore di un falò in cui, senza sosta, si consumavano sacrifici umani). Suor Juana, con un sussulto, aprì il libro a metà.

Lesse: « e allora, trasformiamo la società, facciamo scomparire questo mondo che obbliga l’uomo ad essere carnefice dell’uomo… che circonda gli uni di disgrazie, gli altri di ingiustizie...».

I suoi occhi si chiusero di nuovo – era sfinita – e le sembrò di leggere, o di continuare mentalmente le righe del testo: « non vi ingannate gli uni con gli altri… Spogliatevi del vecchio uomo con tutte le sue opere e vestitevi del nuovo…».

Le palpebre le pesavano come piombo. Le aprì e continuò a leggere, anche se a fatica: «… e avrete un uomo capace di sentire e di pensare come noi non possiamo nemmeno concepire…».

Sopra di lei, la luce della lampadina aumentò, si circondò di un alone rosso, scintillò, poi i suoi bordi si fecero incerti, si spensero. Con il libro tra le mani, senza il tempo di premere l’interruttore, Juana si era addormentata.

E mentre dorme e sogna (sogna che avanza nella notte, trasformata in una silhouette vivente – no, nessuna Notte Oscura, nessuna Fiamma Viva d’Amore, non si tratta di questo, – una silhouette piena di buchi, di puntini luminosi; cosa che, anche in sogno, le sembra assurda, fin quando crede di capire che i puntini sono i villaggi di questa Spagna in lotta, di questa geografia in fiamme, e si domanda in quale punto del suo corpo – questa vaga forma di anfora al cui centro si inscrive un grande triangolo – si trova la linea divisoria, in cui confluiscono le parti contendenti, anche se già intuisce che la bisettrice di quei cateti passa fatalmente per il suo pube), permettete a me, Jesus, di seguire da vicino il custode, che, con la torcia spenta, a passi cauti, avanza per gli ambienti della fabbrica, sezione ammollo, macerato, tintura, conciatura. Che cosa cerca quest’essere arrogante, questo eccitato Quasimodo, questo artritico King-Kong? Quale malvagio disegno lo spinge tra i mucchi di pelli, alcune delle quali pendono, tese, mefitiche, come impiccati? Come tutti i mostri – campanile di Notre-Dame, cupola dell’Empire State, – anche lui alla fine sale fino in cima. Arriva al piano superiore, si aggira tra enormi ceste (che devono contenere cadaveri, a giudicare dall’odore di carogna), in fondo al capannone si arrampica, scimmiesco, per una scala a pozzo, apre una botola, esce sul tetto – lo temevamo – e avanza per la trave di colmo verso una torre di legno che si staglia nella notte: una colombaia. Entra e accende la torcia per un secondo: svolazzare di colombi. Quanto basta per scorgere, in un angolo, a pancia in giù sulle tavole, quasi nascosto dalla nuvola di piume svolazzanti, un uomo con la camicia, la faccia e i capelli pieni di cacche di piccione, che gli ricambia lo sguardo con un timore incontenibile.

Il vecchio gli lancia un pacchetto avvolto in un giornale.

– Ecco qua… Mangi – dice con disprezzo. – Mangi, Mascó, mangi. E non abbia tanta paura, che diamine. I colombi sono miei; non le faranno niente. E non credo che riuscirà a sfruttare anche loro…

E mentre l’uomo si solleva dal suo tappeto di escrementi e comincia a divorare il cibo in modo famelico, il terribile anarchico prosegue:

– Mangi, e punto. Ovvero, se ne vada. Vada via dalla sua fabbrica. Che ormai non è più sua. E nemmeno degli operai, naturalmente. Ma dell’Ugenio, il suo braccio destro. Quello che le leccava gli stivali. Dovrebbe vederlo adesso, seduto nel suo ufficio, signor Mascó (mangi, mangi), mentre fuma i suoi sigari. Oggi è venuto con la cravatta. Va in giro fregandosi le mani, come faceva lei, e si guarda intorno con sospetto, proprio come lei. Tra un po metterà su pancia, come lei. Questo si chiama comprendere l’anarchia… Come dice? -. La sua voce arrochita, si fa dura; pura pietra. – Del parrucchino non se ne parla nemmeno: se ne deve andare questa notte. Adesso. Qui non può rimanere. E non per i colombi, sia chiaro. A loro non dà fastidio. Lo vede anche lei: le cacano addosso. E’ normale, volano più in alto di lei. Il problema è che qui la possono trovare in qualsiasi momento. E, se la trovano, il meno che le faranno sarà di gettarla nella vasca della formalina… Vogliono avvelenare la formalina. Dove andare? Questo lo saprà lei. Dice che non può uscire così, e ancor meno in questo quartiere? Che la stanno cercando le ronde di controllo? Mi sembra normale. E uccidono anche molti innocenti, gente che non aveva mai sfruttato il popolo. E’ un altro modo di intendere l’anarchia… Va bene, adesso non pianga, su, non pianga. Non so perché si impegna tanto per salvarsi la vita, se poi non ci ha mai fatto niente di buono. Dice che a partire da ora lo farà? Che sarà buono? Sì, sì. A ogni rivoluzione dite lo stesso. Le dirò quel che deve fare, però non pianga, non si metta a tremare. Uscirà dalle fognature della fabbrica. E’ il cammino più sicuro. Quando arriva al distributore, prenda lo scarico di sinistra e sbucherà direttamente nel cimitero. Ma insomma, la smetta di tremare, che mi riempie l’occhio di piume! All’uscita della fogna troverà Chimo, un mio vecchio amico: è al corrente di tutto. E’ il becchino. Diamine! Ma non le ho detto…? Chimo raccoglie ogni mattina i cadaveri che lasciano davanti alla porta. Raccoglierà anche lei e la seppellirà come gli altri. No, che dice, in un loculo a parte, naturalmente. Nessuna fossa comune. Tranquillo. Già le ha preparato la “suite”. A proposito, non si ricorda di Chimo, Chimo Bardina? E’ quell’operaio della sezione imbiancatura che lei licenziò ingiustamente qualche tempo fa: sessant’anni, sposato, moglie invalida, quattro figli. Perfetto, eh? Ma non le porta rancore. Davvero non lo ricorda? Le credo, le credo, non si sforzi. Sono stati tanti! Insomma, rimarrà per qualche giorno nel suo loculo, piacevolmente e del tutto al sicuro, fino a quando potrà andarsene da un’altra parte. Devo giurarle su Dio che a questo Bardina non verrà nessun cattivo pensiero, che non murerà il loculo? Andiamo, non mi faccia ridere; non mi faccia ridere che poi mi esce l’ernia. Su, su, non si metta in ginocchio; la smetta di leccarmi le mani -. In basso risuona un cigolio d’automobile, una frenata; di fronte, accanto alla funebre cancellata, la luce dei fari vince per un attimo una porzione di oscurità: passi, alcune detonazioni, un grido soffocato di agonia. – Eccoli qui un’altra volta: il muro sarà di nuovo ridotto uno schifo -. Dal loro osservatorio elevato, nello strano silenzio che si crea e che sembra affratellare i due uomini (si distinguono nell’oscurità piume bianche di piccioni), possono sentire altri passi, due colpi di portiera quasi simultanei e il rumore dell’auto che si allontana. – E adesso – la voce del vecchio ritorna a fare scintille – diamoci da fare, maledizione. Mi segua fino alle fogne. Saranno la sua salvezza, Mascó; l’unico posto che le si addice davvero. Lì non correrà pericoli. E con i topi si intenderà a meraviglia.

E mentre si svolge questa scena (o non si svolge, è irreale, totalmente chimerica, forse possibile ma non probabile; la cosa migliore sarebbe, credo, considerarla per quel che è, un mero sfogo lirico), suor Juana sogna davvero, si agita sotto il sole della lampadina, e avanza, bidimensionale, trafitta dai puntini luminosi, come un cielo. “Il Libro Eterno” le è scivolato dalle mani, e giace ai piedi del letto, aperto a forma di A, accanto al vaso da notte.

La suora Anarchica – Antonio Rabinad

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