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Che si trattasse di una sirena o di una principessa, Napoli nacque struggendosi d’amore

E’ controra quell’ora del pomeriggio in cui la città dorme anestetizzata dal calore e dal torpore, perduta sotto la cappa ardente, dimentica di ogni suo tormento.

Si può solo riposare il questo pomeriggio, arrendersi alla calura e lasciarsi sudare i corpi sui giacigli d’occorrenza. Aspettare che il caldo, come la passione d’amore devastante, passi e s’acquieti. E’ l’ora del riposo e del ristoro, l’ora in cui le vene pulsanti tacciono in attesa di un impercettibile fremito che arrivi dal fiato fresco del mare. Un odore intenso attraversa silenzioso i decumani e i cardini del corpo addormentato di Partenope città.

E’ forse questo il momento più plausibile per immaginare la sirena boccheggiante e morente, il corpo florido dispteso sulla riva, che ansima in cerca di refrigerio. La maritima urbs, di Tito Livio, sorta su un sepolcro: il mare amniotico che accoglie la giovane vergine di «excellente e grandissima bellezza» (anonimo, Cronaca di Partenope).

Come la giovane sposa, che per tradizione si immerge nel mare mormorando una preghiera per la fertilità, la sirena Partenope si appoggia sulla riva; il mito vuole che Napoli nasca dalla morte di una vergine tormentata d’amore.

Ai Campi Ardenti – i boschi sacri dell’Averno, il Fusaro – Acheronte, il lago Miseno, la Sibilla che scruta il futuro – Ulisse è venuto per attraversare la porta oscura di Plutone, nell’imbocco che vomita fuoco e acqua bollente, a perdersi nel labirinto dell’oltretomba. Partenone intona il misterioso canto delle sirene e lui, fissato al palo maestro, ne gode interamente il piacere. E’ questo l’ennesimo stratagemma dell’eroe dell’ingegno, l’espediente che lo porta fin dentro la passione amorosa senza perdere il senno. La sirena trafitta da un dolore atroce, delusa e abbandonata, si lacerà morire in acqua, naufraga su un lido, portata dai flutti; «l’accoglierà la torre di Falero e il Clanio (Regi Lagni o Sebeto) che con la sua corrente bagna questa terra. Li indigeni avendo innalzato un sepolcro alla fanciulla le renderanno onori ogni anno […]» (Licofronte, nel IV secono a.C.).

Tra l’isolotto di Megaride e il Monte Echia – Pizzofalcone, quest’insediamento chiamato Paleapolis, città vecchia, lascia il posto a Neapolis, città nuova tagliata dal reticolo ippodameo, incrocio di cardi e decumani.

Altre fonti riporterebbero di una Partenope senza coda, principessa greca, salpata dall’Eubea in compagnia del padre: «PARHENOPE. EUMELI. PHAERAE TESSALIAE. REGIS. FILIAE», recita un’iscrizione lungo la parete di Sant’Eligio, incastrata sotto un arco della chiesa, a pochi passi da piazza Mercato; «Alla vergine che diede alla città le prime fondamenta e la governò… il popolo napoletano ne sottrasse la memoria dagli Inferi».

Arriva per mare la giovane vergine figlia di Eumelo Falevo, fuggita dalla Grecia per un tormento d’amore. Arriva sulle coste della città nuova e la lascia pura, vergine come lei, trafigendosi fino alla morte, per compiere il destino immacolato che si portano dentro, lasciandoci la sensazione tutta napoletana di abitare su un corpo mitico vivente.

Controra è l’ora immobile in cui è possibile immaginare la morte come un lungo sonno, un infinito riposo da cui si genera la nuova discendenza dei napoletani.

101 Storie su Napoli – Agnese Palumbo

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