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I Napoletani e l’arte della guerra

L’entroterra risucchia la città, la protegge, fornendo mura alte e vicoli stretti per custodirla, al suono di campanelli rivelatori di pericolo, nel vuoto attonito in un cui si sprofonda dopo la repentina fuga degli abitanti, un temporaneo deserto all’arrivo dei saraceni.

Città di mare, porti in balia di incursioni, di desideri e di ambizioni di qualunque potere. Città aperta per antonomasia, dove fondersi è un diktat e la mescolanza unica forma di sopravvivenza. Nuovi sconvolgimenti via mare, dopo che le invasioni barbariche via terra avevano provocato la grande fuga verso le isole.

Noi vogliamo guardare negli occhi le donne di Napoli e cercare, sebbene lontanto e coperto dal velo del tempo, lo sguardo nero del saraceno, quello gelido del normanno, lo sguardo delle conquiste bastarde, melange di tratti somatici, tracciati sul volto e nello spiritio.

Torri di guardia, una rete di presidi e fortificazioni che scrutano il mare per prevenire il pericolo delle incursioni piratesche provenienti dal sud del Mediterraneo. Le giovani donne rapite finivano schiave negli harem, gli uomini vigorosi relegati ai remi e altri lavori pesanti. La loro liberazione era una lunga e faticosa opera di diplomazia, dove in cambio della restituzione si chievano ingenti somme di denaro.

Se la letteratura ci ha restituito immagini di mori bellissimi, dal fascino orientale, uomini dallo sguardo magnetico, la storia ci riporta anche di guerriglie violentissime, saccheggiatori armati di scimitarra e turbante, e cavalli sauri velocissimi. La terrificante orda di infedeli che al grido «Allah akbar! Insciallah» si lanciava sull’avversario. Uomini del terrore, famigerati per la loro ferocia, riconosciuti oltre l’orizzonte per il cielo coperto da stendardi verdi su legni panciuti, un fiume nero che in nome del Profeta attraversava i mari del Mediterraneo.

Passarono per Napoli, l’attraversarono, imboccando la Domitiana, lasciandosi dietro macerie e rovine. Cesario non poté che muoversi, poco dopo, alla caccia di quei mori partiti alla conquista di Roma: il segnale del loro passaggio era un desolante vuoto, un terrore impresso sui volti di chi aveva visto la ferocia con la quale razziavano, saccheggiavano, devastavano chiese, monasteri e casali, tutto quanto trovassero sul proprio cammino. Nel’846 i saraceni si spinsero fino a distruggere Fondi e Montecassino, arrivando a Ostia, risalendo il Tevere per giungere a Roma, dove saccheggiarono la basilica di San Pietro in Vaticano e quella di San Paolo fuori le mura.

A inibirne l’avanzata trovarono l’esercuti dei Franchi e ripiegarono su Gaeta, con il ricco bottino delle razzie. Gaeta si presentò come una roccaforte inespugnabile, protetta dalla Lega Campana, una flotta costituita dalle navi delle repubbliche marinare di Amalfi e Napoli e quelle di Sorrento e Gaeta, guidata dal console Cesario. Armati nel corpo e benedetti nello spirito da papa Leone IV il giorno prima della battaglia, si apprestavano ora ad affrontare una lunga interminabile giornata. Lo scontro fu violento e l’esito incerto fino all’arrivo improvviso di una tempesta provvidenziale.

La vittoria è un coup de teatre, un espediente da strateghi, tutto merito di Cesario: bello, impavido, risoluto figlio di Sergio, il duca di Napoli, il condottieri scintillante nella sua possente armatura, ritratto da Raffaello nell’affresco custodito nelle stanze leonine.

Con un gioco di passaggi incastra le navi nemiche come in un sacco. Al buon Dio il resto, quando le fa affondare. I napoletani erano esperti navigatori e imbattibili guerrieri di mare. Polibio li racconta insegnare ai romani «l’arte del navigare pria che combattuto avessero sul mare co’ Cartaginesi». E’ questo l’evento che vede schierati, per la prima volta, con immenso terrore, i cristiani contro i musulmani.

E’ questa una delle battaglie che nei secoli hanno rapito l’immaginario collettivo: i figli di Allah invadono la città eterna, attaccano il cuore della cristianità. La reazione contro «lo nero periglio che vien dal mare» non tarda. Nell’estate dell’846 Cesario, già incontrato a Miseno, li costringe alla resa. La seconda volta, nell’849, la battaglia è più diretta e cruenta. Eccoli, tutti davanti, spettatori del «la più insigne vittoria navale dei cristiani sui musulmani prima di Lepanto»(1571).  E c’è chi, come Glejeses, con ironia ammette: «Questa battaglia è un gran merito dei napoletani, e poichè ci rinfacciano tanti difetti e torti, una volta almeno che possiamo menar vanto, perchè dovremmo astenercene?».

101 Storie su Napoli – Agnese Palumbo

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