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I Napoletani e l’arte della guerra

L’entroterra risucchia la città, la protegge, fornendo mura alte e vicoli stretti per custodirla, al suono di campanelli rivelatori di pericolo, nel vuoto attonito in un cui si sprofonda dopo la repentina fuga degli abitanti, un temporaneo deserto all’arrivo dei saraceni.

Città di mare, porti in balia di incursioni, di desideri e di ambizioni di qualunque potere. Città aperta per antonomasia, dove fondersi è un diktat e la mescolanza unica forma di sopravvivenza. Nuovi sconvolgimenti via mare, dopo che le invasioni barbariche via terra avevano provocato la grande fuga verso le isole.

Noi vogliamo guardare negli occhi le donne di Napoli e cercare, sebbene lontanto e coperto dal velo del tempo, lo sguardo nero del saraceno, quello gelido del normanno, lo sguardo delle conquiste bastarde, melange di tratti somatici, tracciati sul volto e nello spiritio.

Torri di guardia, una rete di presidi e fortificazioni che scrutano il mare per prevenire il pericolo delle incursioni piratesche provenienti dal sud del Mediterraneo. Le giovani donne rapite finivano schiave negli harem, gli uomini vigorosi relegati ai remi e altri lavori pesanti. La loro liberazione era una lunga e faticosa opera di diplomazia, dove in cambio della restituzione si chievano ingenti somme di denaro.

Se la letteratura ci ha restituito immagini di mori bellissimi, dal fascino orientale, uomini dallo sguardo magnetico, la storia ci riporta anche di guerriglie violentissime, saccheggiatori armati di scimitarra e turbante, e cavalli sauri velocissimi. La terrificante orda di infedeli che al grido «Allah akbar! Insciallah» si lanciava sull’avversario. Uomini del terrore, famigerati per la loro ferocia, riconosciuti oltre l’orizzonte per il cielo coperto da stendardi verdi su legni panciuti, un fiume nero che in nome del Profeta attraversava i mari del Mediterraneo.

Passarono per Napoli, l’attraversarono, imboccando la Domitiana, lasciandosi dietro macerie e rovine. Cesario non poté che muoversi, poco dopo, alla caccia di quei mori partiti alla conquista di Roma: il segnale del loro passaggio era un desolante vuoto, un terrore impresso sui volti di chi aveva visto la ferocia con la quale razziavano, saccheggiavano, devastavano chiese, monasteri e casali, tutto quanto trovassero sul proprio cammino. Nel’846 i saraceni si spinsero fino a distruggere Fondi e Montecassino, arrivando a Ostia, risalendo il Tevere per giungere a Roma, dove saccheggiarono la basilica di San Pietro in Vaticano e quella di San Paolo fuori le mura.

A inibirne l’avanzata trovarono l’esercuti dei Franchi e ripiegarono su Gaeta, con il ricco bottino delle razzie. Gaeta si presentò come una roccaforte inespugnabile, protetta dalla Lega Campana, una flotta costituita dalle navi delle repubbliche marinare di Amalfi e Napoli e quelle di Sorrento e Gaeta, guidata dal console Cesario. Armati nel corpo e benedetti nello spirito da papa Leone IV il giorno prima della battaglia, si apprestavano ora ad affrontare una lunga interminabile giornata. Lo scontro fu violento e l’esito incerto fino all’arrivo improvviso di una tempesta provvidenziale.

La vittoria è un coup de teatre, un espediente da strateghi, tutto merito di Cesario: bello, impavido, risoluto figlio di Sergio, il duca di Napoli, il condottieri scintillante nella sua possente armatura, ritratto da Raffaello nell’affresco custodito nelle stanze leonine.

Con un gioco di passaggi incastra le navi nemiche come in un sacco. Al buon Dio il resto, quando le fa affondare. I napoletani erano esperti navigatori e imbattibili guerrieri di mare. Polibio li racconta insegnare ai romani «l’arte del navigare pria che combattuto avessero sul mare co’ Cartaginesi». E’ questo l’evento che vede schierati, per la prima volta, con immenso terrore, i cristiani contro i musulmani.

E’ questa una delle battaglie che nei secoli hanno rapito l’immaginario collettivo: i figli di Allah invadono la città eterna, attaccano il cuore della cristianità. La reazione contro «lo nero periglio che vien dal mare» non tarda. Nell’estate dell’846 Cesario, già incontrato a Miseno, li costringe alla resa. La seconda volta, nell’849, la battaglia è più diretta e cruenta. Eccoli, tutti davanti, spettatori del «la più insigne vittoria navale dei cristiani sui musulmani prima di Lepanto»(1571).  E c’è chi, come Glejeses, con ironia ammette: «Questa battaglia è un gran merito dei napoletani, e poichè ci rinfacciano tanti difetti e torti, una volta almeno che possiamo menar vanto, perchè dovremmo astenercene?».

101 Storie su Napoli – Agnese Palumbo

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Che si trattasse di una sirena o di una principessa, Napoli nacque struggendosi d’amore

E’ controra quell’ora del pomeriggio in cui la città dorme anestetizzata dal calore e dal torpore, perduta sotto la cappa ardente, dimentica di ogni suo tormento.

Si può solo riposare il questo pomeriggio, arrendersi alla calura e lasciarsi sudare i corpi sui giacigli d’occorrenza. Aspettare che il caldo, come la passione d’amore devastante, passi e s’acquieti. E’ l’ora del riposo e del ristoro, l’ora in cui le vene pulsanti tacciono in attesa di un impercettibile fremito che arrivi dal fiato fresco del mare. Un odore intenso attraversa silenzioso i decumani e i cardini del corpo addormentato di Partenope città.

E’ forse questo il momento più plausibile per immaginare la sirena boccheggiante e morente, il corpo florido dispteso sulla riva, che ansima in cerca di refrigerio. La maritima urbs, di Tito Livio, sorta su un sepolcro: il mare amniotico che accoglie la giovane vergine di «excellente e grandissima bellezza» (anonimo, Cronaca di Partenope).

Come la giovane sposa, che per tradizione si immerge nel mare mormorando una preghiera per la fertilità, la sirena Partenope si appoggia sulla riva; il mito vuole che Napoli nasca dalla morte di una vergine tormentata d’amore.

Ai Campi Ardenti – i boschi sacri dell’Averno, il Fusaro – Acheronte, il lago Miseno, la Sibilla che scruta il futuro – Ulisse è venuto per attraversare la porta oscura di Plutone, nell’imbocco che vomita fuoco e acqua bollente, a perdersi nel labirinto dell’oltretomba. Partenone intona il misterioso canto delle sirene e lui, fissato al palo maestro, ne gode interamente il piacere. E’ questo l’ennesimo stratagemma dell’eroe dell’ingegno, l’espediente che lo porta fin dentro la passione amorosa senza perdere il senno. La sirena trafitta da un dolore atroce, delusa e abbandonata, si lacerà morire in acqua, naufraga su un lido, portata dai flutti; «l’accoglierà la torre di Falero e il Clanio (Regi Lagni o Sebeto) che con la sua corrente bagna questa terra. Li indigeni avendo innalzato un sepolcro alla fanciulla le renderanno onori ogni anno […]» (Licofronte, nel IV secono a.C.).

Tra l’isolotto di Megaride e il Monte Echia – Pizzofalcone, quest’insediamento chiamato Paleapolis, città vecchia, lascia il posto a Neapolis, città nuova tagliata dal reticolo ippodameo, incrocio di cardi e decumani.

Altre fonti riporterebbero di una Partenope senza coda, principessa greca, salpata dall’Eubea in compagnia del padre: «PARHENOPE. EUMELI. PHAERAE TESSALIAE. REGIS. FILIAE», recita un’iscrizione lungo la parete di Sant’Eligio, incastrata sotto un arco della chiesa, a pochi passi da piazza Mercato; «Alla vergine che diede alla città le prime fondamenta e la governò… il popolo napoletano ne sottrasse la memoria dagli Inferi».

Arriva per mare la giovane vergine figlia di Eumelo Falevo, fuggita dalla Grecia per un tormento d’amore. Arriva sulle coste della città nuova e la lascia pura, vergine come lei, trafigendosi fino alla morte, per compiere il destino immacolato che si portano dentro, lasciandoci la sensazione tutta napoletana di abitare su un corpo mitico vivente.

Controra è l’ora immobile in cui è possibile immaginare la morte come un lungo sonno, un infinito riposo da cui si genera la nuova discendenza dei napoletani.

101 Storie su Napoli – Agnese Palumbo

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Pioggia Vaga

Vi siete mai chiesti che cosa accade alle poesie che la gente scrive? Le poesie che non si fanno leggere a nessuno… forse sono troppo private e personali, forse e’ solo che non sono abbastanza belle, forse l’idea che un’espressione cosi’sentita risulti goffa, vuota,sciocca, pretenziosa, zuccherina, banale, sentimentale, trita, noiosa,eccessiva, oscura, stupida, inutile o semplicemente imbarazzante basta a fornire a qualunque aspirante poeta buone ragioni per celare il proprio lavoro alla vista del pubblico per sempre. Naturalmente molte poesie vengono distrutte immediatamente, bruciate, fatte a pezzi, gettate via, qualche volta vengono ripiegate in quadrati e infilate sotto l’angolo di un mobile dall’equilibrio instabile (cosi’ finalmente rivelano la loro utilita’). Altre vengono nascoste dietro un mattone smosso o un tubo o sigillate nel dorso di una sveglia o chiuse tra le pagine di un libro scuro che probabilmente non verra’ mai aperto. Quacuno un giorno potrebbe trovarle, ma probabilmente non succedera’. La verita’ e’ che le poesie non lette saranno quasi sempre solo questo, destinate a unirsi a un grande fiume invisibile di spazzatura che scorre fuori dalla periferia. Be’ quasi sempre. In qualche rara occasione, frammenti di scrittura particolarmente tenaci sfuggono al fiume per finire in un cortile o un vialetto, vengono soffiati dal vento lungo il ciglio e finalmente approdano nel parcheggio di un centro commerciale come molte altre cose, e’ qui che qualcosa di straordinario accade. Due o piu’ esempi di poesia voleggiano l’uno verso l’altro per una strana forza di attrazione ignota alla scienza e molto, molto piano si uniscono a formare una palla minuscola e bozzoluta. Se lasciata indisturbata questa palla lentamente diventa piu’ grande e rotonda mentre versi liberi, confessioni, segreti, pensieri vaganti, desideri e messaggi d’amore non spediti si uniscono tra loro uno alla volta. La palla striscia lungo le strade come un cespuglio rotolante per mesi anche per anni, se esce solo di notte ha buone probabilita’ di sopravvivere a traffico e bambini e grazie a un lento moto rotolante di evitare le lumache (predatori numero uno). Raggiunte certe dimensioni, si ripara d’istinto dal maltempo, ignorata da tutti, ma altrimenti percorre le strade cercando ritagli di pensieri e sensazioni dimenticati. Col tempo e con la fortuna la palla poetica diventa grande, enorme, gigantesca, un vasco accumulo di briciole di carta che infine prende il volo, levitando per la pura forza di tante emozioni. Galleggia dolcemente sopra i tetti della periferia quando tutti dormono e induce i cani solitari ad abbaiare nel cuore della notte. Purtroppo un pallone di carta per quanto grande e tronfio e’ pur sempre una cosa fragile. Prima o poi verra’ sorpreso da un’improvvisa folata percosso dalla pioggia battente e ridotto in pochi istanti a un miliardo di frammenti zuppi. Un mattino al risveglio tutti scopriranno una pasta molle che ricopre i prati davanti a casa, che intasa le grondaie e s’incrosta sui parabrezza. Il traffico ne risultara’ rallentato, i bambini deliziati, gli adulti esterrefatti, incapaci di immaginare da dove e’ venuto tutto cio’. Ancora piu’ strano sara’ scoprire che ogni grumo di carta bagnata contiene parecchie parole sbiadite compresse in versi casuali, appena visibili ma innegabilmente presenti. A ogni lettore sussurreranno qualcosa di diverso, qualcosa di sincero, di allegro, qualcosa di assurdo, triste, di buffo di profondo e perfetto. Nessuno sara’ in grado di spiegare la strana sensazione di leggerezza o il sorriso segreto che restera’ dopo che gli spazzini saranno venuti e se ne saranno andati.

 

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[Piccole storie di periferia – Shaun Tan]

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Annientate i santi, liberate i briganti e il mondo ritroverà l’ordine

È il primo giorno d’ottobre. Mattina. La gente parla di clima estivo e cappotti ancora nell’armadio. Io sono senza lavoro. Da una settimana. Niente di strano. Inserivo dati nel computer di una ditta. I dati sono finiti. Lo stipendio anche. Restano settecento euro in banca, un mese d’affitto arretrato, la bolletta del telefono e uno zaino, pronto da mesi, dietro la porta di cucina.

Prima dell’estate pulivo cessi al cimitero. Non era infame come sembra. Il luogo è poco affollato e nessuno molla una sepoltura per andare a cagare. C’erano fiori freschi per la mia ragazza e certe mattine non bisognava nemmeno dare lo straccio. L’azienda leader nel settore ne ha dedotto che il personale era in forte esubero. S’imponeva il taglio di un addetto su tre. Ho salutato le due colleghe bielorusse e coi soldi dell’ultima settimana mi sono preso lo zaino.

Ora sento che ci siamo. Ho appena fatto provviste.

Fuori dall’ipermercato, carrelli e abbronzature mi circondano minacciosi. Gente che guadagna. Vorrei aggrapparmi a un colletto qualsiasi, e sussurrare parole indecenti all’orecchio del proprietario: – Ehi, amico, senti un po’ qua: il sottoscritto non fa un cazzo da una settimana. Non è disgustoso?

Una batteria di cabine telefoniche mi richiama all’ordine. Almeno mia sorella la dovrei avvertire.

Parto, Sandra. È deciso. Se c’è riuscito Thoreau posso farcela anch’io. La massa degli uomini conduce vite di quieta disperazione. Siamo solo attrezzi dei nostri attrezzi, assediati da eserciti di necessori. Questa civiltà si basa su non-cicli ed è votata all’estinzione. Il futuro è nelle attività silvopastorali.

L’apparecchio funziona solo a scheda. Uno su cinque accetta anche monete, ma so già cosa mi aspetta. È fuori servizio. Mangia i soldi oppure li sputa. Ha la cornetta spalmata di resina.

Decido per un biglietto. Meno inconvenienti.

Arrivo a casa, appoggio la spesa, accendo una sigaretta e lo stereo. Perfect day, Lou Reed, versione noise dei Melt Banana.

Cara Sandra,

ormai da una settimana non telelavoro piú. Lungi da me l’idea di cercare un altro impiego qls. Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole. Ma non vengo a dirti che tutto è vanità. Soltanto: il sottoscritto ha già dato. C’è un tempo per ogni cosa, e quel tempo è finito. Se uno è soddisfatto di questa vita, s’accomodi. Per quanto, l’uomo che lavora per sopravvivere non possa godere di una vera integrità. Da anni sorvolo l’abisso della disoccupazione cronica a spasso su corde sottili. Ho speso le migliori energie a mantenermi in equilibrio. Adesso basta. È giunto il momento di dare un’occhiata di sotto.

Lo zaino è lí da quest’estate, lo sai. Ho un quaderno fitto di appunti, stratagemmi copiati da diversi manuali. So già dove andare, un luogo isolato e tranquillo che per il momento non rivelerò a nessuno. Vorrei evitare che una fila di persone si presenti ogni giorno davanti al mio rifugio con l’intento di farmi rinsavire. Non sono impazzito, anzi, mai stato piú lucido. Voglio solo diventare ricco: se questa è follia, la condivido con la maggior parte degli uomini. Un individuo è tanto piú ricco quanti piú sono gli orpelli che può trascurare. Vivrò in una grotta, mangerò bacche, castagne e farina di formiche. Mi scalderò col fuoco. Chi è il sultano di Brunei in confronto al sottoscritto? Questo mondo non ha bisogno di me, e viceversa. Pari e patta, il cerchio si chiude e il sottoscritto parte per la tangente.

Mi farò vivo quando lo riterrò opportuno.

Saluta i nipoti,

Marco ‘Walden’, supereroe troglodita.

Rileggo il messaggio una decina di volte. Non è facile spiegare. Voglio dire: mia sorella conosce la situazione, sa dello zaino e di cosa significa. Tuttavia, non sono sicuro di essere stato chiaro.

Il sottoscritto non condanna lo stile di vita comune. Sbattersi, lavorare, amare una donna, prolificare, nutrire il cervello con roba piú o meno buona, nutrire il corpo con roba piú o meno biologica, frequentare centri commerciali, abitare una zona dignitosa. È un modello non ciclico, prossimo al collasso, ma chi se ne frega del modello. Il collasso del sottoscritto è molto piú imminente. Tanti auguri a chi si sente tranquillo.

Grazie al cielo, non tutto il mondo è qui. Puoi cambiare aria. Diventare l’eroe della vita nei boschi. Non come alla televisione, aspiranti Robinson su un’isola deserta, fai il fenomeno due mesi e poi torni a casa. Questa vacanza da me stesso è qualcosa di piú serio. Tornare a casa non rientra nei programmi.

Il punto è: non ho piú una donna, sono orfano e non ho nemmeno l’automobile. I lavori che dovrei desiderare mi paiono intercambiabili. Gli amici anche. Bravissime persone, per carità: è il sottoscritto che non funziona. Quando passi il giorno a sbrogliare il groviglio della tua vita, non ti restano molte energie per le relazioni. Cominciano a farti schifo tutti. C’è un livello di guardia: oltre quello, la nausea non si concentra piú su un singolo aspetto, tracima e inonda il resto, senza distinzione. Un lavoro indegno sta ancora sotto il livello. Due no. Il sottoscritto ne ha sempre avuti due: fare un lavoro merdoso, cercarne uno decente. Troppo vecchio per questo, troppi titoli per quest’altro, niente esperienza di carpenteria metallica.

Se avevo dei figli, era un’altra cosa. Non li trascinavo certo in una situazione simile. Le comuni fricchettone non sono il mio genere. Nemmeno gli eremiti, se è per questo. Il sottoscritto non ha bisogno di ritrovare sé stesso. È solo stanco di calci nel culo, altro che new age. Un etto di Buddha, due fette di Gesú. L’esistenza appronta già i suoi fardelli. Lo zaino, meglio tenerlo leggero.

Per questo, quattro anni fa ho venduto l’automobile. Lavoravo fuori città. Facevo il casellante. Ogni mattina, quaranta minuti di coda per arrivare allo svincolo. La sera, stessa musica. L’esaurimento nervoso non s’è fatto aspettare.

Cado in depressione ogni volta che il semaforo sgocciola auto nel gorgo di un incrocio.

Il traffico metropolitano è un traffico d’armi. Guerra umanitaria: difendere il sacro diritto al risparmio di tempo. Ma pensando ai soldi, cioè ore di lavoro, spesi per acquistare un’auto e rifornirla di carburante, per pagare lavaggi e pagare posteggi, piú il tempo bruciato nel portarla dal carrozziere, e i soldi della manutenzione, e le giornate trascorse a scegliere il modello adatto, mi sono chiesto dove sia finito il tempo risparmiato. Una bella bicicletta me ne regalava di piú.

Eppure, c’è voluto l’esaurimento per convincermi. Vendere l’auto e spostarsi in bici. Morale: lacrime, bruciore agli occhi, tosse cronica. Ho provato a tornare indietro – fermi tutti, mi sono sbagliato – ma il nuovo stipendio non me lo permetteva. Avevo cambiato lavoro: il casello dell’autostrada era troppo lontano per la bicicletta. Da allora, niente piú auto. Ho pure disimparato a guidarla. Allo stesso modo, ho deciso di vivere nei boschi perché quaggiú non vado bene nemmeno come lavacessi. Allo stesso modo, non mangio carne perché non posso permettermela. Poi, certo, trovo l’allevamento intensivo una terribile crudeltà che riversa sul genere umano cascate di karma negativo, vaste e imponenti quanto il Niagara degli sciacquoni, l’Iguazú dei piatti sporchi, l’Oceano mare dei bidè. Acqua potabile per pulirsi il culo: non conosco ingiustizia piú odiosa.

Tuttavia, pratico l’igiene intima con discreta attenzione.

Fossimo negli anni Cinquanta, mi metterei a rubare. Altri tempi. Potevi svaligiare un appartamento senza essere armato. Rapinare un gioielliere con destrezza. Svuotare un furgone portavalori con un piano perfetto e senza colpo ferire. Una cosa alla portata di tutti, bastavano fegato e cervello.

Oggi la vera delinquenza è roba da professionisti. Che ci sta a dire il sottoscritto?

Da lavacessi onesto a rapinatore di lavacessi non vedo un allettante cambio di prospettiva.

A meno di incontrare il Cristo nella cella a fianco, fargli una bella sviolinata e convincerlo a portarmi in Paradiso. Sarebbe un modo buffo per tornare alle origini, i primi approcci del sottoscritto al mondo del lavoro. Sono laureato in Scienze Religiose. Ho scritto una brillante dissertazione su Disma, ladrone crocefisso alla destra di Gesú e passato alla storia come «buono». Eppure nessuno dei Vangeli, nemmeno quelli apocrifi, lo definisce tale. Aveva trafugato i rotoli della legge. Rubato il tesoro di una sinagoga. Rapinato la moglie del sommo sacerdote Caifa. La si smetta col buonismo: Cristo ha portato in Paradiso un malfattore. Tra l’altro, non era nemmeno pentito.

Dopo una simile dimostrazione di acume intellettuale ero convinto che le porte dell’accademia mi si sarebbero dischiuse. C’era fila per entrare, ma il talento avrebbe prevalso. Per darne prova ulteriore, decisi di impegnarmi in un dottorato senza borsa di studio, durante il quale mi mantenevo con il lavoro in un call center e intanto scrivevo un’opera straordinaria, destinata al piú alto riconoscimento nel premio internazionale Mircea Eliade.

Monoteismo e menzogna esplorava la propensione alla frode di Giacobbe, patriarca del popolo eletto, e di Pietro, fondatore della Chiesa cristiana. Il primo ingannò il padre Isacco, mezzo cieco, fingendosi Esaú, suo fratello maggiore, che per un piatto di lenticchie gli aveva venduto la primogenitura; il secondo negò per tre volte di conoscere il Nazareno, negli attimi concitati che seguirono al suo arresto. Cosa significano i due episodi? Perché a Geova piacciono tanto i bugiardi? Non dimentichiamo che Gesú si portò in cielo un ladro…(a questo proposito, si veda la tesi di laurea: Santi & furfanti. L’episodio del «buon ladrone» alla luce del detto taoista: «Annientate i santi, liberate i briganti e il mondo ritroverà l’ordine»).

Per la prima volta dalla morte del grande studioso rumeno, la giuria del premio a lui dedicato usò la parola ‘deficiente’(halfwit) per respingere una candidatura.

Il sottoscritto passò ad occuparsi full time delle richieste telefoniche dei clienti. Poi prese il lavoro da casellante, convinto di potersi dedicare alla stesura di qualche opera fondamentale. L’esaurimento nervoso glielo impedí.

Arriviamo a oggi

Rileggo il messaggio per mia sorella un’ennesima volta. Può andare.

Modifico l’annuncio sulla segreteria telefonica, anche se spegnerla sarebbe piú sensato.

– L’utente da lei desiderato è definitivamente assente. La invitiamo a non riprovare piú.

Passo in cucina, controllo provviste. Qualcosa mi sarò dimenticato, per forza.

Fiammiferi. Cento scatole dovrebbero bastare.

[ Guerra agli umani – Perfect Day –  Wu Ming 2 ]

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Milioni di possibilità

«Milioni di possibilità», fa Raffaelli; guarda la maschera ritorta, i tratti sconvolti dalla stretta della mano, «nell’88, Umberto Eco rilasciò un’intervista: il futuro è degli umanisti. Mio padre ci credeva sul serio, la citava sempre. A me l’idea piaceva. A chi non piacerebbe? Mi iscrissi al liceo classico. E poi non riuscii più a smettere. Chi ci riuscirebbe? L’università mi portò via, lo studio e la vita sono la stessa cosa, ma vaglielo a spiegare a queste merde. Mi ritrovai fuori corso, e poi fuori dall’università con una laurea in mano, andai avanti per lavoretti saltuari, quando riuscivo a prendere ordini da uno stronzo per una paga da fame ero addirittura contento, mi veniva da dirgli grazie, ma quei lavori duravano poco e faticavo sempre più a trovarne. Ti presenti, ti chiedono cosa fai, tu rispondi che sei disoccupato, loro ti guardano come uno che se è disoccupato c’è un motivo, e ghignano, e ti rimandano a casa. Allora studi decine di manuali a seconda di quale sia il fantasma che la tua mente ha deciso di chiamare progetto in quel momento: siti web, grafica, copywriting; inventi interi corsi privati ai quali non si iscrive nessuno; ti prepari un mese per un’unica offerta di lavoro trovata per caso tra centinaia, per poi renderti conto, di fronte all’ovvio rifiuto, che non c’era alcun motivo valido per pensare che avrebbero scelto te, e poi ricominci da capo con qualcos’altro. Ti sembra di girare per maghi, e quando un conoscente ti dice: ho sentito che cercano qualcuno qui per fare questo, e a te viene su la faccia di chi non ne può più di inseguire la magia, quello ti guarda pure come se non avessi voglia di sbatterti. Oh sì, in teoria puoi fare tutto, e questo tutto ti divora in una dispersione continua che ti fa perdere la lucidità, e il tempo passa, allora i cicli delle follie momentanee che chiami progetti diventano sempre più brevi, tre giorni, un giorno, e la disperazione sale fino a farti fremere le tempie mentre il senso della realtà sballa; talvolta pensi che puoi andare a fare il santone in India o le piadine in Cambogia, ma cominci anche a credere che è una legge cosmica fatta apposta per te, che davvero tu non sei fatto per funzionare nel mondo, e hai paura, una paura totale, e la tua vita corre verso la morte sempre più veloce, e quando te ne rendi conto la rabbia ti divora. E diventi come me…»

Jacopo Nacci – DREADLOCK!

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Anarchia, divina anarchia

Il vecchio e Pilar inghiottivano il cibo avidamente, come se entrambi attendessero il fischio della fabbrica; erano abituati così. Juana, invece, no. Nonostante la fame, spiluccava, lentamente.

Mentre mangiava, il vecchio leggeva nella “Soli” le atrocità commesse dai fascisti nel Sud. Queipo de Llano aveva raso al suolo il villaggio di El Arahal. Operai e contadini, messi al muro e fucilati in massa.

– E quindi, diceva che adesso Ugenio è il responsabile della fabbrica? – cominciò Pilar con sarcasmo. – Andiamo bene… E del padrone che ne è stato, padre?

– Bestie – disse il vecchio con voce compiaciuta, piegando il giornale. – Sono delle bestie. Non possono evitarlo. Sono stati educati per essere così.

Pilar guardò Juana, e commentò:

– Qui li ammazziamo uno alla volta… vero, padre? Siamo più artigianali… E, a proposito, che ne è stato del signor Mascó?

– E che ne so! – rispose il vecchio bruscamente, distogliendo lo sguardo. – Scomparso. Morto. Gli avranno applicato la riforma agraria.

Pilar informò suor Juana, passandosi un dito sulla gola:

– Un metro e ottanta per sessanta ciascuno. Come un letto, però sottoterra, capisci? Modello per proprietari terrieri. In realtà, è tutta la terra di cui hanno bisogno.

Juana raccolse meticolosamente l’ultima mollica dal piatto. Senza alzare gli occhi, dichiarò:

– Uccidere è peccato.

Il vecchio gettò il giornale sul tavolo. Si inclinò sulla giovane, guardandola con il suo unico, terribile occhio. Un occhio nero, filettato di rosso, da ciclope.

– Qui, o a Siviglia?

Suor Juana ribadì, imperterrita:

– Uccidere è peccato.

– Lui no, bella – disse Pilar, dolce, persuasiva. – Non il Mascó. A quello bisognerebbe ridargli la vita per ucciderlo di nuovo. Te lo dico io. E non una, tante volte. Ucciderlo lentamente. Stringere, però senza finirlo. Insomma, tu ne sai qualcosa: come con Cristo.

Il viso di suor Juana era un muro senza fessure.

– Uccidere è peccato – disse per la terza volta.– i  Comandamenti lo proibiscono.

Salmodiò con voce recitante:

– “E certamente chiederò il vostro sangue, che è la vostra vita: dalla mano di qualsiasi essere vivente la reclamerò, come la chiederò dalla mano dell’uomo, estraneo o congiunto, chiedendo conto della vita umana”

Per chiudere in bellezza, aggiunse:

– “Genesi”, nove, versetto cinque.

Il vecchio sembrava sul punto di scoppiare. Cominciò a tossire, si stava strozzando. Si passò la mano sulla faccia. Nello spingere il cappello all’indietro apparve il cranio, rosso, completamente calvo: – I comanda… che…? E chi proibisce cosa…?

Si alzò. L’aria gli entrò nei polmoni con un fischio. Il suo corpo gigantesco sembrava occupare tutta la stanza. Pilar si servì un’altra porzione.

– L’hai fatta grossa – avvisò, tranquilla. – Adesso starà così per un’ora.

– La vita umana! – esplose il vecchio alla fine. – Uccidere! E pagare salari da fame non è uccidere? E mandare i bambini in fondo alle miniere… far lavorare le donne dall’alba al tramonto… non dare medicine ai malati… e tenere il popolo nell’ignoranza… non è uccidere? Se non lo è, che cos’è allora? Me lo puoi dire? “Loro” ci hanno ucciso per secoli! Preti e militari! Militari e preti! Le due facce del potere! Lo Stato! Pensa, per esempio, alla Settimana Tragica, quando fucilarono Ferrer, che, tra l’altro, era mio amico…

A quel punto Pilar, che continuava a mangiare senza dargli retta, intervenne allarmata:

– Ma padre, un’altra volta questa storia? Lasci stare, non cominci da così lontano. Ci crediamo, ha ragione lei.

Ma il vecchio non aveva ancora finito. Si muoveva in quello spazio ristretto gonfiando il petto come un orango. L’occhio di Polifemo mandava scintille.

– il generale Weyler ordinò di collocare i cannoni nelle strade, a pochi passi da qui! e di sparare contro il popolo… Questo è il popolo, carne da cannone, quando non è schiavo dentro una fabbrica! Fu allora che cominciai a vedere le cose con chiarezza… Con quest’occhio vedevo i morti per strada, e con questo – indicò l’altro, cieco, bianco come una porcellana, – il cammino che avrebbe liberato gli operai…

Le due donne rimanevano in silenzio. Il vecchio si sentiva un tribuno. Danton?

– I Comandamenti! – riprese, sarcastico. – E tu li conosci i Comandamenti del Senso Comune? Allora, è la prima cosa che devi imparare…

Si diresse verso lo scaffale e cominciò a prendere un mucchio di libri, con le mani irrequiete e oscure, solcate da nervi come fili elettrici.

– Questi sono i Comandamenti… Gli unici, quelli veri… non le stupidaggini che vi insegnano i preti…

Li posava uno dopo l’altro in grembo a suor Juana.

– Prendi, prendi… – diceva, mentre le leggeva i titoli: – “La conquista del pane”, “Parole di un ribelle”, “Il ragno nero”, “Le rovine di Palmira”… “Il Libro Eterno”… Questa è la vera Bibbia! Prendi, leggi…

– Non ti far imbrogliare – avvertì Pilar, ridendo. – A me non è mai riuscito a farli leggere.

Ma Juana rispose, obbediente.

– Li leggerò.

Quei titoli le ricordavano la sua infanzia, i romanzi di Salgari. Prese il primo della pila.

– “Il Libro Eterno” – ripeté, con aria sognante. – Comincerò da questo. Del signor Bakunin.

Pilar le preparava il letto in una delle due stanzette nel corridoio, sistemando un materasso sopra l’altro.

– Tutti imbottiti. Sono quelli che hanno portato gli operai. Dormirai come una regina.

Stese un materasso nel corridoio.

– Io dormirò fuori. Ci sono abituata. Così il vecchio non verrà a disturbarti la notte, non mi fido. O forse, chi lo sa, magari con questa cosa dei libri l’hai rabbonito. E’ la prima volta che gli succede. – Sulla porta, disse: – Buonanotte -. Chiuse.

Juana guardò i materassi. Uno sull’altro – erano tre – arrivavano alla spoglia lampadina che pendeva dal tetto. Con un gesto meccanico si inginocchiò ai piedi del letto. Ma, come temeva, le fu impossibile pregare o pensare a qualcosa di coerente.

Un’altra caratteristica di quello-che-stava-accadendo, oltre alle Lettere, erano i materassi. Materassi di tutti i tipi e formati. Di casa ricca e di casa povera. Listati di blu, rosa o giallo; a fiori, damascati. Con bordo all’inglese, o senza bordo. Materassi ovunque: sui tetti, sui camion, sulle barricate. Ah, i materassi della rivoluzione! Su di loro si combatteva, ed eventualmente si moriva, come se il morire fosse un prolungamento di altre domeniche, di altri sogni.

Juana pensò al miliziano del camion, ricordò la sua voce intensa: «Sali!» Era ancora inginocchiata davanti al letto, in un gesto vuoto e inutile. Si alzò e andò a guardare dalla finestra. Fuori le sembrò di scorgere il padre di Pilar, quel vecchio apocalittico, che avanzava per la lugubre strada interna della fabbrica con la torcia in mano. Faceva un giro di ispezione, forse. Ma che cosa ispezionava? La grottesca figura ciondolante, con le lunghe braccia da gorilla, scomparve all’improvviso, inghiottita dalla cantonata. Accostò il battente.

Mentre si arrampicava sulla montagna di materassi sbatté contro la lampadina, che cominciò ad oscillare. Impossibile leggere. Impossibile dormire. Alla fine, decise di scendere a terra, stendere i materassi uno per uno e coricarsi direttamente sulla rete, con una vecchia coperta e il cuscino. La lampadina oscillava ancora, ma la luce scendeva più dolcemente. Nella testata del letto era avvolto il filo di un interruttore. Prese il libro che aveva scelto e chiuse gli occhi. Tuttavia, come attraverso le palpebre, continuò a vedere l’immagine della copertina (un signore dalla fronte spaziosa, gli zigomi alti e la barba riccia e abbondante; con gli occhi velati da un chiarore iridescente che non sembrava provenirgli da dentro, ma da fuori, come se riflettesse il mutevole bagliore di un falò in cui, senza sosta, si consumavano sacrifici umani). Suor Juana, con un sussulto, aprì il libro a metà.

Lesse: « e allora, trasformiamo la società, facciamo scomparire questo mondo che obbliga l’uomo ad essere carnefice dell’uomo… che circonda gli uni di disgrazie, gli altri di ingiustizie...».

I suoi occhi si chiusero di nuovo – era sfinita – e le sembrò di leggere, o di continuare mentalmente le righe del testo: « non vi ingannate gli uni con gli altri… Spogliatevi del vecchio uomo con tutte le sue opere e vestitevi del nuovo…».

Le palpebre le pesavano come piombo. Le aprì e continuò a leggere, anche se a fatica: «… e avrete un uomo capace di sentire e di pensare come noi non possiamo nemmeno concepire…».

Sopra di lei, la luce della lampadina aumentò, si circondò di un alone rosso, scintillò, poi i suoi bordi si fecero incerti, si spensero. Con il libro tra le mani, senza il tempo di premere l’interruttore, Juana si era addormentata.

E mentre dorme e sogna (sogna che avanza nella notte, trasformata in una silhouette vivente – no, nessuna Notte Oscura, nessuna Fiamma Viva d’Amore, non si tratta di questo, – una silhouette piena di buchi, di puntini luminosi; cosa che, anche in sogno, le sembra assurda, fin quando crede di capire che i puntini sono i villaggi di questa Spagna in lotta, di questa geografia in fiamme, e si domanda in quale punto del suo corpo – questa vaga forma di anfora al cui centro si inscrive un grande triangolo – si trova la linea divisoria, in cui confluiscono le parti contendenti, anche se già intuisce che la bisettrice di quei cateti passa fatalmente per il suo pube), permettete a me, Jesus, di seguire da vicino il custode, che, con la torcia spenta, a passi cauti, avanza per gli ambienti della fabbrica, sezione ammollo, macerato, tintura, conciatura. Che cosa cerca quest’essere arrogante, questo eccitato Quasimodo, questo artritico King-Kong? Quale malvagio disegno lo spinge tra i mucchi di pelli, alcune delle quali pendono, tese, mefitiche, come impiccati? Come tutti i mostri – campanile di Notre-Dame, cupola dell’Empire State, – anche lui alla fine sale fino in cima. Arriva al piano superiore, si aggira tra enormi ceste (che devono contenere cadaveri, a giudicare dall’odore di carogna), in fondo al capannone si arrampica, scimmiesco, per una scala a pozzo, apre una botola, esce sul tetto – lo temevamo – e avanza per la trave di colmo verso una torre di legno che si staglia nella notte: una colombaia. Entra e accende la torcia per un secondo: svolazzare di colombi. Quanto basta per scorgere, in un angolo, a pancia in giù sulle tavole, quasi nascosto dalla nuvola di piume svolazzanti, un uomo con la camicia, la faccia e i capelli pieni di cacche di piccione, che gli ricambia lo sguardo con un timore incontenibile.

Il vecchio gli lancia un pacchetto avvolto in un giornale.

– Ecco qua… Mangi – dice con disprezzo. – Mangi, Mascó, mangi. E non abbia tanta paura, che diamine. I colombi sono miei; non le faranno niente. E non credo che riuscirà a sfruttare anche loro…

E mentre l’uomo si solleva dal suo tappeto di escrementi e comincia a divorare il cibo in modo famelico, il terribile anarchico prosegue:

– Mangi, e punto. Ovvero, se ne vada. Vada via dalla sua fabbrica. Che ormai non è più sua. E nemmeno degli operai, naturalmente. Ma dell’Ugenio, il suo braccio destro. Quello che le leccava gli stivali. Dovrebbe vederlo adesso, seduto nel suo ufficio, signor Mascó (mangi, mangi), mentre fuma i suoi sigari. Oggi è venuto con la cravatta. Va in giro fregandosi le mani, come faceva lei, e si guarda intorno con sospetto, proprio come lei. Tra un po metterà su pancia, come lei. Questo si chiama comprendere l’anarchia… Come dice? -. La sua voce arrochita, si fa dura; pura pietra. – Del parrucchino non se ne parla nemmeno: se ne deve andare questa notte. Adesso. Qui non può rimanere. E non per i colombi, sia chiaro. A loro non dà fastidio. Lo vede anche lei: le cacano addosso. E’ normale, volano più in alto di lei. Il problema è che qui la possono trovare in qualsiasi momento. E, se la trovano, il meno che le faranno sarà di gettarla nella vasca della formalina… Vogliono avvelenare la formalina. Dove andare? Questo lo saprà lei. Dice che non può uscire così, e ancor meno in questo quartiere? Che la stanno cercando le ronde di controllo? Mi sembra normale. E uccidono anche molti innocenti, gente che non aveva mai sfruttato il popolo. E’ un altro modo di intendere l’anarchia… Va bene, adesso non pianga, su, non pianga. Non so perché si impegna tanto per salvarsi la vita, se poi non ci ha mai fatto niente di buono. Dice che a partire da ora lo farà? Che sarà buono? Sì, sì. A ogni rivoluzione dite lo stesso. Le dirò quel che deve fare, però non pianga, non si metta a tremare. Uscirà dalle fognature della fabbrica. E’ il cammino più sicuro. Quando arriva al distributore, prenda lo scarico di sinistra e sbucherà direttamente nel cimitero. Ma insomma, la smetta di tremare, che mi riempie l’occhio di piume! All’uscita della fogna troverà Chimo, un mio vecchio amico: è al corrente di tutto. E’ il becchino. Diamine! Ma non le ho detto…? Chimo raccoglie ogni mattina i cadaveri che lasciano davanti alla porta. Raccoglierà anche lei e la seppellirà come gli altri. No, che dice, in un loculo a parte, naturalmente. Nessuna fossa comune. Tranquillo. Già le ha preparato la “suite”. A proposito, non si ricorda di Chimo, Chimo Bardina? E’ quell’operaio della sezione imbiancatura che lei licenziò ingiustamente qualche tempo fa: sessant’anni, sposato, moglie invalida, quattro figli. Perfetto, eh? Ma non le porta rancore. Davvero non lo ricorda? Le credo, le credo, non si sforzi. Sono stati tanti! Insomma, rimarrà per qualche giorno nel suo loculo, piacevolmente e del tutto al sicuro, fino a quando potrà andarsene da un’altra parte. Devo giurarle su Dio che a questo Bardina non verrà nessun cattivo pensiero, che non murerà il loculo? Andiamo, non mi faccia ridere; non mi faccia ridere che poi mi esce l’ernia. Su, su, non si metta in ginocchio; la smetta di leccarmi le mani -. In basso risuona un cigolio d’automobile, una frenata; di fronte, accanto alla funebre cancellata, la luce dei fari vince per un attimo una porzione di oscurità: passi, alcune detonazioni, un grido soffocato di agonia. – Eccoli qui un’altra volta: il muro sarà di nuovo ridotto uno schifo -. Dal loro osservatorio elevato, nello strano silenzio che si crea e che sembra affratellare i due uomini (si distinguono nell’oscurità piume bianche di piccioni), possono sentire altri passi, due colpi di portiera quasi simultanei e il rumore dell’auto che si allontana. – E adesso – la voce del vecchio ritorna a fare scintille – diamoci da fare, maledizione. Mi segua fino alle fogne. Saranno la sua salvezza, Mascó; l’unico posto che le si addice davvero. Lì non correrà pericoli. E con i topi si intenderà a meraviglia.

E mentre si svolge questa scena (o non si svolge, è irreale, totalmente chimerica, forse possibile ma non probabile; la cosa migliore sarebbe, credo, considerarla per quel che è, un mero sfogo lirico), suor Juana sogna davvero, si agita sotto il sole della lampadina, e avanza, bidimensionale, trafitta dai puntini luminosi, come un cielo. “Il Libro Eterno” le è scivolato dalle mani, e giace ai piedi del letto, aperto a forma di A, accanto al vaso da notte.

La suora Anarchica – Antonio Rabinad

Libri

Leggo solo libri usati

Leggo solo libri usati.Li appoggio al cestino del pane, giro pagina con un dito e quella resta ferma. Così mastico e leggo. I libri nuovi sono petulanti, i fogli non stanno quieti a farsi girare, resistono e bisogna spingere per tenerli giù. I libri usati hanno le costole allentate, le pagine passano lette senza tornare a sollevarsi. Così alla trattoria di mezzogiorno mi siedo alla stessa sedia, chiedo minestra e vino e leggo. Sono romanzi di mare, avventure di montagna, niente storie di città, che già le ho intorno.

Leggo gli usati perché le pagine molto sfogliate e unte dalle dita pesano di più negli occhi, perché ogni copia di libro può appartenere a molte vite e i libri dovrebbero stare incustoditi nei posti pubblici e spostarsi insieme ai passanti che se li portano dietro per un poco e dovrebbero morire come loro,  consumati dai malanni, infetti, affogati giù da un ponte insieme ai suicidi, ficcati in una stufa d’inverno, strappati dai bambini per farne barchette, insomma ovunque dovrebbero morire tranne che di noia e di proprietà privata, condannati a vita in uno scaffale.

Erri De Luca – Tre Cavalli