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Seta

Rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego, resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti, non ti ho mai visto così, il tuo corpo per me, la tua pelle, chiudi gli occhi, e accarezzati, ti prego, non aprire gli occhi se puoi, e accarezzati, sono così belle le tue mani, le ho sognate tante volte adesso le voglio vedere, mi piace vederle sulla tua pelle, così, ti prego continua, non aprire gli occhi, io sono quì, nessuno ci può vedere e io sono vicina a te, accarezzati signore amato mio, accarezza il tuo sesso, ti prego, piano, è bella la tua mano sul tuo sesso, non smettere, a me piace guardarla e guardarti, signore amato mio, non aprire gli occhi, non ancora, non devi aver paura son vicina a te, mi senti? sono quì, ti posso sfiorare, è seta questa, la senti? è la seta del mio vestito, non aprire gli occhi e avrai la mia pelle, avrai le mie labbra, quando ti toccherò per la prima volta sarà con le mie labbra, tu non saprai dove, a un certo punto sentirai il calore delle mie labbra, addosso, non puoi sapere dove se non apri gli occhi, non aprirli, sentirai la mia bocca dove non sai, d’improvviso, forse sarà nei tuoi occhi, appoggerò la mia bocca sulle palpebre e le ciglia, sentirai il calore entrare nella tua testa, e le mie labbra nei tuoi occhi, dentro, o forse sarà sul tuo sesso, appoggerò le mie labbra, laggiù, e le schiuderò scendendo a poco a poco, lascerò che il tuo sesso socchiuda la mia bocca, entrando tra le mie labbra, e spingendo la mia lingua, la mia saliva scenderà lungo la tua pelle fin nella tua mano, il mio bacio e la tua mano, uno dentro l’altra, sul tuo sesso, finché alla fine ti bacerò sul cuore, perché ti voglio, morderò la pelle che batte sul tuo cuore, perché ti voglio, e con il cuore tra le mie labbra tu sarai mio, davvero, con la mia bocca nel cuore tu sarai mio, per sempre, se non mi credi apri gli occhi signore amato mio e guardami, sono io, chi potrà mai cancellare questo istante che accade, e questo mio corpo senza più seta, le tue mani che lo toccano, i tuoi occhi che lo guardano, le tue dita nel mio sesso, la tua lingua sulle mie labbra, tu che scivoli sotto di me, prendi i miei fianchi, mi sollevi, mi lasci scivolare sul tuo sesso, piano, chi potrà cancellare questo, tu dentro di me a muoverti adagio, le tue mani sul mio volto, le tue dita nella mia bocca, il piacere nei tuoi occhi, la tua voce, ti muovi adagio ma fino a farmi male, il mio piacere, la mia voce, il mio corpo sul tuo, la tua schiena che mi solleva, le tue braccia che non mi lasciano andare, i colpi dentro di me, è violenza dolce, vedo i tuoi occhi cercare nei miei vogliono sapere fino a dove farmi male, fino a dove vuoi, signore amato mio, non c’è fine, non finirà, lo vedi? nessuno potrà cancellare questo istante che accade, per sempre getterai la testa all’indietro, gridando, per sempre chiuderò gli occhi staccando le lacrime dalle mie ciglia, la mia voce dentro la tua, la tua violenza a tenermi stretta, non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere, doveva essere questo istante, e questo istante è, credimi, signore amato mio, quest’istante sarà, da adesso in poi, sarà, fino alla fine.

Seta – Alessandro Baricco

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x le Muse della Rivolta del 14 dicembre

So’ x voi ‘ste parole, Muse della Rivolta
x averci insegnato ad amare, x averci insegnato ad odiare,
x averci mostrato ke è possibile fargliela pagare.

So’ x voi ‘ste parole, x le vostre piccole mani
dolci e delicate, abituate ad accarezzare,
x le vostre mani ke non sapevano pikkiare.

Cazzo se erano grandi quei sassi,
quasi non ce la facevate a tenerli…
e ke gioia ke gioia lanciarli!

Il terrore è negli okki di ki ci vuol male
del servo infame addestrato x ammazzare.
Ma sta volta trema il vigliacco, non ci siam fatti fermare.

Perkè si può rimanere gravidi di tanto amore.
Un seme ribelle danza in seno
La Rivoluzione è un vulcano ormai pieno.

Perké io dopo il 14 dicembre non riesco più a vivere,
sono a casa solo, senza di voi, senza di noi, disadattato,
Vi penso e non vi trovo. A lezione. A lavoro.

Come si fa a tornare a farsi sfruttare?
come cazzo si fa a continuare a lavorare!
Torniamo in piazza, facciamogliela pagare!

La Rivolta è poesia
Saviano non può capire
Ki bazzica i giudici finisce per imputridire

Anonimo

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La nave dei folli

C’era una volta una nave il cui capitano e marinai divennero così fieri della propria maestria, così pieni di hybris e così fieri di se stessi che impazzirono. Girarono la nave verso nord e navigarono fino ad incontrare iceberg e pericolose correnti e continuarono a navigare a nord verso acque via via più perigliose, solamente per godere della possibilità d’eseguire atti di navigazione sempre più brillanti.

Mentre la nave raggiungeva latitudini via via più alte i passeggeri e i marinai divennero progressivamente nervosi. Iniziarono a bisticciare tra loro e a lamentarsi delle proprie condizioni di vita. “Dio mi fulmini se questo non è il peggior viaggio che ho mai fatto!” esclamò un vecchio marinaio. “La coperta è lucida di ghiaccio; quando sono di vedetta il vento mi taglia il giaccone come un coltello; ogni volta che cazzo la randa per poco non mi congelo le dita; e per tutto quello che ci guadagno sono cinque miseri scellini al mese!”. “Pensi che ti vada male!” disse una passeggera. “Io non riesco a dormire la notte per il freddo. Le donne a bordo non ricevono tante coperte quanto gli uomini. Non è giusto!” Un marinaio messicano li interruppe: “Chingado! Io ricevo solo la metà dei soldi dei marinai inglesi. Abbiamo bisogno di molto cibo per tenerci caldi in questo clima e io continuo a non ricevere la mia parte; gli inglesi ne hanno di più. E la cosa peggiore è che i marinai continuano a darmi ordini in inglese invece che in spagnolo”. “Io avrei più motivi di tutti per lamentarmi”, disse un nativo americano. “Se i visipallidi non mi avessero privato delle mie terre ancestrali non mi troverei nemmeno su questa nave, qua tra gli iceberg e i venti polari. Starei vogando su una canoa su un bel lago placido. Ho diritto ad un indennizzo. Per lo meno il capitano dovrebbe concedermi di allestire del gioco d’azzardo in modo che possa guadagnare qualcosa”. L’omosessuale si fece avanti: “Ieri il capo marinaio mi ha chiamato “frocetto” perché succhio cazzi. Ho il diritto di succhiare cazzi senza essere insultato! “Non sono solo gli umani ad essere maltrattati su questa nave”, evidenziò un amante degli animali tra i passeggeri, la voce tremante per l’indignazione. “La settimana scorsa ho visto un mozzo calciare ben due volte il cane della nave!” Uno dei passeggeri era un professore universitario. Fregandosi le mani esclamò: “Ma tutto questo è terribile! E’ immorale! Razzismo, sessismo, specismo, omofobia e sfruttamento della classe proletaria! E’ discriminatorio! Dobbiamo ottenere giustizia sociale. Equi diritti per il marinaio messicano, salari più alti per tutti i marinai, un indennizzo per l’indiano, eque coperte per le signore, un diritto garantito di succhiare cazzi e niente più calci al cane!” “Si, si!” urlano i passeggeri e i marinai. “E’ discriminazione! Dobbiamo affermare i nostri diritti!” Un mozzo si schiarì la voce: “Ahem. Avete tutti buone ragioni per protestare. Ma mi sembra che ciò che dobbiamo davvero fare sia girare la nave e puntare a sud, perché se continuiamo verso nord prima o poi naufragheremo sicuramente e allora i vostri salari, le vostre coperte, e il tuo diritto a succhiare cazzi saranno inutili, perché annegheremo tutti”. Ma nessuno lo degnò d’attenzione, perché era solo un mozzo. Il capitano e gli ufficiali, dalla loro stazione a poppa li avevano osservati ed ascoltati. Ora sorrisero tra loro e ad un gesto del capitano l’ufficiale in seconda scese dalla coperta a poppa, passò dove erano riuniti i passeggeri e i marinai e si fece largo in mezzo a loro. Assunse un’espressione serissima in volto e disse: “Noi ufficiali dobbiamo ammettere che sulla nave sono accadute cose davvero imperdonabili. Non c’eravamo resi conto di quanto brutta fosse la situazione prima di sentire le vostre proteste. Noi siamo uomini di buona volontà e vogliamo comportarci in modo corretto. Ma, ehm, il capitano è un uomo piuttosto conservatore e probabilmente dovrà essere spronato un po’ prima che apporti cambiamenti significativi. La mia opinione personale è che se voi protestate vigorosamente – ma sempre in modo pacifico e senza violare le regole della nave – riuscirete a smuovere il capitano e a costringerlo a risolvere i problemi di cui vi lamentate così giustamente.” Detto questo, l’ufficiale in seconda tornò sotto coperta a poppa. Mentre se ne andava i passeggeri gli urlavano dietro: “Moderato!Riformista! Liberale! Lecchino del capitano!”. Ma nonostante questo fecero quello che aveva detto loro. Si riunirono in un gruppo a poppa e si misero ad urlare insulti agli ufficiali e ad affermare i propri diritti: “Io voglio un salario più alto e migliori condizioni di lavoro”, urlò l’abile marinaio. “Eguali coperte per le donne!” urlò la passeggera. “Voglio ricevere i miei ordini in spagnolo”, urlò il marinaio messicano. “Voglio il diritto d’organizzare giochi d’azzardo” urlò il marinaio indiano. “Non voglio essere chiamato frocetto!” urlò l’omosessuale. “Basta calciare il cane!” urlò l’amante degli animali. “Rivoluzione ora!” urlò il professore. Il capitano e gli ufficiali si riunirono e confabularono per diversi minuti, ammiccando, accennando e sorridendo gli uni agli altri per un certo tempo. Quindi il capitano uscì a poppa e con grande benevolenza annunciò che il salario dell’abile marinaio sarebbe stato aumentato a sei scellini al mese; il salario del marinaio messicano sarebbe stato incrementato a 2/3 di quello degli inglesi e che gli ordini di cazzare la randa gli sarebbero stati dati in spagnolo; la passeggera avrebbe ricevuto una coperta in più; al marinaio indiano sarebbe stato permesso di organizzare giochi d’azzardo la domenica sera; l’omosessuale non sarebbe stato più chiamato frocetto purchè succhiasse cazzi privatamente; e il cane non sarebbe stato calciato a meno che non avesse commesso qualcosa di davvero cattivo come rubare del cibo. I passeggeri e i marinai celebrarono queste concessioni come grandi vittorie, ma la mattina dopo si sentivano nuovamente insoddisfatti. “Sei scellini al mese sono una miseria e continuo a gelarmi le mani quando cazzo la randa” si lamentò l’abile marinaio. “Continuo a non ricevere lo stesso salario dei marinai inglesi e cibo insufficiente in questo clima” disse il marinaio messicano. “Noi donne non abbiamo ancora abbastanza coperte per tenerci al caldo” disse la passeggera. Gli altri passeggeri e marinai espressero simili lamentele e il professore continuò a spronarli. Quando ebbero finito il mozzo si fece avanti – a voce più alta questa volta in modo tale che gli altri non potessero facilmente ignorarlo: “E’ davvero terribile che il cane venga calciato per aver rubato un po’ di pane e che le donne non abbiano abbastanza coperte e che l’abile marinaio si congeli le dita e non vedo perché gli omosessuali non dovrebbero succhiare cazzi se ne hanno voglia. Ma guardate che grossi che sono gli iceberg adesso e come il vento soffia forte! Dobbiamo girare la nave verso sud, perché se continuiamo verso nord naufragheremo e annegheremo.” “Già”, disse l’omosessuale, “è terribile che continuiamo a dirigerci a nord. Ma perché dovrei continuare a succhiare cazzi di nascosto? Perché devo essere chiamato frocetto? Non valgo come tutti gli altri?” “Navigare a nord è una cosa terribile”, disse la passeggera, “ma non vedi? Questa è proprio la ragione perché le donne hanno bisogno di più coperte per scaldarsi. Esigo un numero equo di coperte per le donne ora!” “E’ verissimo”, disse il professore, “che navigare a nord è causa di grandi difficoltà per noi tutti. Ma dirigere la rotta a sud non sarebbe realistico. Non si possono portare le lancette indietro. Dobbiamo trovare un modo maturo per affrontare la situazione”. “Guardate,” disse il mozzo, “se lasciamo mano libera a quei pazzi a poppa affogheremo tutti. Se riusciremo a salvare la nave, allora potremo preoccuparci delle condizioni di lavoro, delle coperte per le donne e del diritto di succhiare cazzi. Ma prima dobbiamo girare il vascello. Se alcuni di noi si uniscono, elaborano un piano e si fanno coraggio riusciremo a salvarci. Non ci vorrebbero molti di noi – sei o otto basterebbero. Potremo assaltare la poppa, rovesciare quei folli fuori bordo e girare la nave verso sud.” Il professore alzò il naso e disse in modo gravoso: “Io non credo alla violenza. E’ immorale”. “L’uso della violenza è sempre poco etico” disse l’omosessuale. “Sono terrorizzato della violenza” disse la passeggera. Il capitano e gli ufficiali avevano osservato ed ascoltato il tutto. Ad un segnale del capitano l’ufficiale in seconda uscì da sottocoperta e passò tra i passeggeri e i marinai, dicendo loro che c’erano ancora molti problemi sulla nave: “Abbiamo fatto molti progressi”, disse, “ma molto resta ancora da fare. Le condizioni di lavoro dell’abile marinaio sono ancora dure, il messicano non sta ancora ricevendo lo stesso salario degli inglesi, le donne non hanno ancora tante coperte quanto gli uomini, il gioco d’azzardo domenicale dell’indiano sono un indennizzo risibile per la perdita delle sue terre ancestrali, è ingiusto che l’omosessuale debba succhiare cazzi di nascosto e che il cane a volte venga ancora calciato. Penso che il capitano debba essere spronato nuovamente. Aiuterebbe se tutti voi organizzaste un’altre protesta – purchè non violenta”. Mentre l’ufficiale in seconda camminava verso poppa i passeggeri e i marinai si misero ad urlargli insulti, ma ciononostante fecero quello che aveva detto loro e si riunirono davanti alla cabina per un’altra protesta. Schiamazzarono, minacciarono e mostrarono i pugni e addirittura tirarono un uovo al capitano (che lo schivò abilmente). Dopo aver sentito le loro proteste il capitano e gli ufficiali si riunirono per un’assemblea, durante la quale sogghignarono e ammiccarono gli uni agli altri. Quindi il capitano scese a poppa ed annunciò che l’abile marinaio avrebbe ricevuto guanti per tenere le mani al caldo, che il marinaio messicano avrebbe ricevuto un salario il ¾ quello degli inglesi, che le donne avrebbero ricevuto un’ulteriore coperta, che il marinaio indiano avrebbe organizzato giochi d’azzardo il sabato e la domenica sera, che all’omosessuale sarebbe stato permesso di succhiare cazzi pubblicamente con il buio e che nessuno sarebbe stato autorizzato a calciare il cane senza previa autorizzazione del capitano. I passeggeri e i marinai furono entusiasti per questa grande vittoria rivoluzionaria, ma la mattina dopo tornarono nuovamente a sentirsi insoddisfatti e iniziarono a lamentarsi dei vecchi problemi. Questa volta il mozzo iniziava ad arrabbiarsi: “Maledetti idioti!”, urlava, “Non vedete quello che il capitano e gli ufficiali stanno facendo? Vi stanno tenendo occupati con le vostre triviali preoccupazioni riguardo a coperte, salari e i calci al cane in modo che non vi concentriate sul vero problema della nave – che si sta dirigendo sempre più a nord e che annegheremo. Se solamente alcuni di voi rinvenissero e si unissero e assaltassero la cabina potremo girare la nave e salvarci. Ma non fate che lamentarvi di inutili dettagli come le condizioni di lavoro e giochi d’azzardo e il diritto a succhiare cazzi”. I passeggeri e i marinai s’infuriarono: “Inutili!”, urlò il messicano, “Pensi sia una cosa ragionevole che io riceva un salario che è ¾ di quello degli inglesi? Questo è irrilevante?”
“Come puoi definire i miei problemi triviali?”, urlò l’omosessuale, “Non capisci quanto sia umiliante sentirsi chiamare frocetto?”
“Calciare il cane non è un “inutile dettaglio”!”, urlò l’amante degli animali, “è brutale e crudele!”. “D’accordo allora”, rispose il mozzo. “Questi problemi non sono inutili o triviali. E’ crudele e brutale calciare il cane ed è umiliante essere chiamato “frocetto”. Ma se paragonato al vero problema – il fatto che la nave è ancora diretta a nord – i vostri problemi sono cosucce triviali, perché se non giriamo la nave in tempo annegheremo tutti. “Fascista!” urlò il professore. “Controrivoluzionario!” urlò la passeggera. E tutti i passeggeri e i marinai, uno dopo l’altro, si misero a chiamare il mozzo “fascista” e “controrivoluzionario”. Lo spinsero via e tornarono a lamentarsi dei salari, delle coperte per le donne, del diritto di succhiare cazzi e del modo in cui il cane veniva trattato. La nave continuò a dirigersi a nord e dopo un po’ fu schiacciata tra due iceberg e tutti annegarono.

La nave dei folli – Ted Kaczynski

Teddy John Kaczynski è nato a Chicago il 22 maggio 1942 da una famiglia di immigrati polacchi. A 16 anni, dopo il diploma, è già ad Harvard e a 20 ottiene la laurea.A 25 anni frequenta il dottorato in Matematica alla University of Michigan. La sua tesi è premiata con un riconoscimento nazionale e nello stesso anno, 1967, ottiene una prestigiosissima posizione alla University of California a Berkeley, nel dipartimento di Scienze matematiche, considerato in quel periodo il miglior istituto dello Stato.Inspiegabilmente dopo due anni, Kaczynski, con una lettera di appena tre righe rassegna le sue dimissioni e si ritira a vivere nei boschi del Montana, diventando un eremita dei boschi. Chiuso nel suo isolamento perfetto, organizza i suoi attentati contro la civilizzazione e in particolare verso alcune categorie: il mondo accademico, i docenti di discipline scientifiche in particolare, e il mondo delle compagnie aeree, che verranno colpiti per mezzo di pacchi-bomba.L’FBI che si mette sulle sue tracce coniando un codice per identificarlo: Unabomb (Un per università; a per airline, compagnia aerea; e quindi bomb).Il 3 aprile 1996, in una sperduta capanna del Montana viene arrestato, dopo aver compiuto sedici attentati dinamitardi, uccidendo tre persone e ferendone altre ventitré, molte con gravi mutilazioni.
Gli elementi che caratterizzano il suo pensiero e la critica radicale alla società sono due: il senso d’inferiorità della sinistra e la sovrasocializzazione.Per Kaczynski la “sinistra” è la corrente dei perdenti, poichè difende chi ha di meno, chi è emarginato, chi è sfruttato, cioè chi sta perdendo nei confronti della società. Egli ritiene che la sinistra non vuole abbattere le strutture che hanno causato determinate ingiustizie, ma pretende una “semplice” rivincita dei perdenti sui padroni rimanendo all’interno della stessa organizzazione statale. Per ottenere questa rivincita, la “sinistra” auspica la presenza invasiva dello Stato e così facendo, sostiene Kaczynski, si sovrassocializza l’individuo, cioè lo si vincola in maniera così totalizzante che questo non avrà più alcuna libertà.Ted Kaczynski sostiene quindi l’impossibilità di scendere a compromessi con la civiltà industriale. Egli ritiene che le specifiche lotte – ecologiste\animaliste\sociali – (liberazione animale, lotta all’inquinamento, lotta per le rivendicazioni sindacali ecc.), seppur lodevoli, non intaccano in alcun modo il sistema industriale, per questo sostiene che, se si vuol ditruggere la civiltà moderna, sia necessario colpire i suoi gangli vitali: per es. il sistema delle telecomunicazioni, il sistema dell’energia elettrica, gli apparati dell’istruzione scientifica ecc.

 

Libri

La gioia armata

Tutti noi crediamo di avere esperienza della gioia. Almeno una volta, ognuno di noi, ha creduto di gioire nella propria vita. Solo che questa esperienza della gioia ha sempre una forma passiva. Ci accade di gioire. Non possiamo “volere” la nostra gioia, come non possiamo obbligare la gioia a ripresentarsi. Tutto ciò, questa separazione tra noi e la gioia, dipende dal nostro essere “separati” da noi stessi, tagliati in due dal processo di sfruttamento. Lavoriamo tutto l’anno per avere la “gioia” delle vacanze. Quando queste arrivano ci sentiamo in “obbligo” di “gioire” del fatto di essere in vacanza. È una tortura come un’altra. Lo stesso per la domenica. Un giorno allucinante. La rarefazione dell’illusione del tempo libero ci fa vedere la vacuità dello spettacolo mercantile in cui viviamo. Lo stesso sguardo assente fissa il bicchiere semivuoto, la televisione, la partita di calcio, la fiala di eroina, lo schermo dei cinema, le lunghe fila delle automobili, le luci pubblicitarie, le villette prefabbricate che hanno finito di uccidere il paesaggio. Cercare la “gioia” nel fondo di una delle diverse “recite” dello spettacolo capitalista è pura follia. È proprio quello che vuole il capitale. L’esperienza del tempo libero, programmato dai nostri sfruttatori, è letale. Fa desiderare il lavoro. Alla vita apparente si finisce per preferire la morte sicura. Nessuna gioia reale può venirci dal meccanismo razionale dello sfruttamento capitalista. La gioia non ha regole fisse che possano catalogarla. Anche se dobbiamo poter volere la nostra gioia. Altrimenti siamo perduti. La ricerca della gioia è, quindi, un’azione della volontà. Una ferma negazione delle condizioni fissate dal capitale, cioè dei suoi valori. La prima di queste negazioni è quella del valore del lavoro. La ricerca della gioia può avvenire solo attraverso la ricerca del gioco. In questo modo il gioco assume un significato diverso da quello che siamo soliti dargli nella dimensione del capitale. Il gioco che si contrappone, come ozio sereno, alle responsabilità della vita, è un immagine falsa e distorta della vera realtà del gioco. Nella realtà di lotta contro il capitale, allo stadio attuale dello scontro e delle relative contraddizioni, il gioco non è un “trastullo”, ma è un’arma di lotta. Per una strana ironia, la parti si capovolgono. Se la vita è una cosa seria, la morte è un’illusione, in quanto finché viviamo la morte non esiste. Ora, il regno della morte, cioè il regno del capitale, che nega la nostra esistenza di uomini, riducendoci a “cose”, è “apparentemente” serissimo, metodico, disciplinato. Ma il suo parossismo possessivo, il suo continuo rigorismo etico, la sua mania del “fare”, nascondono una grande illusione: la vuotaggine dello spettacolo mercantile, l’inutilità dell’accumulazione indefinita, l’assurdità dello sfruttamento. Quindi, la più grande serietà del mondo del lavoro e della produttività, nasconde la più grande mancanza di serietà. Al contrario, la negazione di questo mondo ottuso, la ricerca della gioia, del sogno, dell’utopia, nella sua dichiarata “mancanza di serietà”, nasconde la più grande serietà della vita: la negazione della morte. Anche da questa parte della barriera, nello scontro fisico col capitale, il gioco può assumere forme diverse. Molte cose possono essere fatte “per gioco”. Molte cose che solitamente facciamo con “serietà”, portandoci dietro la nostra maschera di morte, quella prestataci dal capitale. Il gioco è caratterizzato da un impulso vitale, sempre nuovo, sempre in movimento. Agendo come se giocassimo, inseriamo quest’impulso nelle nostre azioni. Ci liberiamo dalla morte. Il gioco ci fa sentire vivi. Ci dà l’emozione della vita. Nell’altro modello dell’agire, assumiamo tutto come un compito, come qualcosa che “dobbiamo”, come un obbligo. In quest’emozione sempre nuova, esatto rovescio dell’alienazione e della pazzia del capitale, possiamo identificare la gioia. Nella gioia risiede la possibilità della frattura col vecchio mondo e l’identificazione di scopi nuovi, di bisogni e valori differenti. Anche se la gioia, in se stessa, non può considerarsi lo scopo dell’uomo,è senz’altro la dimensione privilegiata, volontariamente identificata, che rende diverso lo scontro col capitale.

 

La vita è così noiosa che non c’è
nient’altro da fare che spendere tutto
il nostro salario sull’ultimo vestito
o sull’ultima camicia.
Fratelli e sorelle, quali sono i vostri
veri desideri? Sedersi in un Drugstore,
con lo sguardo perduto
nel nulla, annoiato, bevendo un caffè senza sapore?
Oppure, forse
FARLO SALTARE O BRUCIARLO.
The Angry Brigade

 

“La gioia armata”
Alfredo M. Bonanno


Libri

Dio e lo Stato

Il popolo è oppresso e perciò tenuto volutamente nell’ignoranza. Per uscire dalla sua condizione miserevole egli si attacca alla religione e alla taverna, che sono la “dissolutezza dello spirito e del corpo”. Solo la rivoluzione sociale potrà liberarlo dalla sua schiavitú.

Il popolo, sventuratamente, è ancora ignorantissimo e mantenuto nell’ignoranza dagli sforzi sistematici di tutti i governi, che la considerano non senza molta ragione come una delle condizioni essenziali della loro propria potenza. Schiacciato dal suo lavoro quotidiano, privo di agiatezza, di commercio intellettuale, di lettura, infine di quasi tutti i mezzi e d’una gran parte degli stimolanti che sviluppano la riflessione negli uomini, il popolo accetta quasi sempre, senza critica e in blocco, le tradizioni religiose. Esse l’avviluppano sin dalla tenera età, in tutte le circostanze della sua vita, e, artificialmente mantenute nel suo seno da una folla di avvelenatori ufficiali d’ogni sorta, preti e laici, si trasformano dentro di lui in una specie d’abitudine mentale, troppo spesso anche piú potente del suo stesso buon senso naturale.

C’è un’altra ragione che spiega e che legittima in qualche modo le credenze assurde del popolo. Questa ragione, è la condizione miserabile alla quale esso si trova fatalmente condannato dall’organizzazione economica della società, nei paesi piú inciviliti d’Europa. Ridotto sotto il rapporto materiale al minimo d’una esistenza umana, chiuso nella sua vita come un prigioniero nella sua prigione, senza orizzonte, senza uscita, e se si deve credere agli economisti, anche senza avvenire, il popolo dovrebbe avere l’anima singolarmente stretta e l’istinto piatto dei borghesi per non provare il bisogno di sortirne; ma egli non ha che tre mezzi: due fantastici e il terzo reale. I due primi sono la taverna e la chiesa, la dissolutezza del corpo o quella dello spirito; la terza è la rivoluzione sociale. Quest’ultima ben piú che tutte le propagande teologiche dei liberi-pensatori, sarà capace di distruggere le credenze religiose e le abitudini di dissolutezza nel popolo, credenze e abitudini che sono piú che intimamente legate insieme di quello che si pensi. Sostituendo ai godimenti illusori insieme e brutali della dissolutezza corporale e spirituale, le gioie cosí delicate e complesse dell’umanità sviluppata in ciascuno ed in tutti, soltanto la rivoluzione sociale avrà la potenza di chiudere nello stesso tempo tutte le taverne e tutte le chiese.

M. Bakunin, Dio e lo Stato

Libri

Il significato della parola “Partigiano”

Erano riuniti nella vecchia piazza principale, al pieno sole ed ai tavolini del primiero caffè, malgrado il pericolo non fosse non solo diminuito ma sicuramente aumentato, malgrado si sapesse che nelle grandi città non c’erano più o quasi renitenti, i giornali fascisti strombazzassero la restaurazione delle vecchie gloriose caserme, la riapparizione in massa del vecchio glorioso grigioverde, e dalla Toscana fosse piobato come un fulmine che un renitente stanato era stato fucilato nel giro di ventiquattr’ore. La notizia rimaneva sull’Italia come una gigantesca nube nera: tutti omai avevano capito che cos’erano disposti a fare i fascisti, la cosa era spaventosa come un breach of code. Ma essi erano lì.
– Naturalmente, – disse Chiodi, fosco in viso per il riverbero esterno dell’intima depressione, e non perchè fosse nell’insunny del portico: –  Basta che un fascista armato d’un vecchio catenaccio si presenti in una qualunque località, e gli viene facile arruolare e incolonnare tutta quella gioventù … – Ma il rimedio lo conosciamo ormai tutti, – disse Cocito, con una voce nuova, il cui midollo s’era inserito nella sua fiera ma grattante voce di Liceo. Chiodi non parlò, evidentemente s’erano polemizzati poco prima. E così riprese Cocito: – Basterà che uno qualsiasi di questi renitenti,armato anche lui di catenaccio, o di roncola o di temperino, apposti il fascista sulla sua strada di prepotenza, e gli si cali addosso. Alle spalle, beninteso, perchè non si deve affrontare il fascista viso aperto, egli non lo merita, egli deve essere attaccato con le medesime precauzioni che un uomo deve prendere con un animale. Gli si cala addosso, lo ammazza e lo trascina per i piedi in un posticino dove seppellirlo, cancellarlo dalla faccia della terra. E sarebbe consigliabile portarsi dietro una scopetta con la quale cancellare per l’eternità persino l’impronta ultima dei suoi piedi sulla polvere delle nostre strade.
– Questo è quel che oggi si chiama un partigiano, – disse un ex-alunno. – Tu resti il primo ed il migliore, – gli disse Cocito, mentre un lampo di sarcastica soddisfazione gli fendeva le lenti nebulose. Ma tutti erano intenti, ognuno per suo conto, a pesare nella sua aerea sospensione quella nuova parola, nuova nell’acquisizione italiana, così tremenda e splendida nell’aria dorata. E Cocito proseguì: – Tutto sta nell’intendersi sul vero significato della parola partigiano, – sbirciando Chiodi così sideways che la sua pupilla occhieggiò netta fuori dalla lente. E chiodi disse con forza sospirosa: – Partigiano è, sarà chiunque combatterà i fascisti – Cocito lampeggiò uno sguardo circolare su tutti quelli che avevano instantaneamente accettata la definizione di Chiodi. Poi disse: – Ognuno di voi è infallantemente sicuro di riuscire un partigiano. Non dico un buon partigiano, perchè partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità – Johnny sbirciava Chiodi, finiva di bere il suo aperitivo, con haevy repugnance. E Cocito: – Facciamo un esempio, di tipo scolastico, se volete, sul partigiano. Possiamo accettare la definizione di Chiodi per cui partigiano è colui che spara con buona mira, con mira definitiva, sui fascisti? Tu, Johnny: avvisti un  fascista od un tedesco e ti appresti a sparargli, sempre in onore e fulfilment della definizione. Però, si presenta un però: sparandogli ed uccidendolo, può accadere che dopo un paio d’ore irrompa nella località o nei paraggi una colonna fascista o tedesca e per rappresaglia la metta a ferro e fuoco, uccidendo, dieci, venti, tutti gli abitanti di essa località. A conoscenza di una simile possibilità, tu Johnny spareresti ugualmente? – No, – disse Johnny d’impeto e Cocito rise dietro gli occhiali. – Continuiamo per questa strada irta ma istruttiva, converrete. Johnny, se tuo padre fosse fascista, e fascista attivo, al punto da poter compromettere la sicurezza tua e della tua formazione partigiana, tu ti senti di ucciderlo? – Johnny chinò la testa, ma un altro disse, con una certa foga stammering: – Ma professore, lei fa soltanto casi estremi. – La vita del partigiano è tutta e solo fatta di casi estremi. Procediamo. Johnny, se tu avessi una sorella, useresti questa tua sorella, impiegheresi il sesso di questa tua sorella per accalappiare un ufficiale fascista o tedesco e farlo portare al fatto in luogo raggionevolmente comodo; dove tu già sei appostato per farlo fuori? – Nessuno pronunciò quel no che del resto già urlava da solo nel desertico silenzio, e allora Cocito agitò le mani come a sbricilare qualcosa…

Il partigiano Johnny
Beppe Fenoglio

 

Libri

Anarchia

Noi crediamo che la più gran parte dei mali che affliggono gli uomini dipende dalla cattiva organizzazione sociale; e che gli uomini, volendo e sapendo, possono distruggerli.
La società attuale è il risultato delle lotte secolari che gli uomini hanno combattuto tra di loro. Non comprendendo i vantaggi che potevano venire a tutti dalla cooperazione e dalla solidarietà, vedendo in ogni altro uomo (salvo al massimo i più vicini per vincoli di sangue) un concorrente e nemico, hanno cercato di accaparrare, ciascuno per sè, la più grande quantità di godimenti possibili, senza curarsi degli interessi degli altri.
Data la lotta, naturalmente i più forti, o i più fortunati, dovevano vincere, e in vario modo sottoporre ed opprimere i vinti.
Fino a che l’uomo non fu capace di produrre di più di quello che bastava strettamente al suo mantenimento, i vincitori non potevano che fugare o massacrare i vinti ed impossessarsi degli alimenti da essi raccolti.
Poi, quando con la scoperta della pastorizia e dell’agricoltura un uomo potette produrre più di ciò che gli occorreva per vivere, i vincitori trovarono più conveniente ridurre i vinti in schiavitù e farli lavorare per loro.
Più tardi, i vincitori si avvisarono che era più comodo, più produttivo e più sicuro sfruttare il lavoro altrui con un altro sistema: ritenere per sè la proprietà esclusiva della terra e di tutti i mezzi di lavoro, e lasciar nominalmente liberi gli spogliati, i quali poi, non avendo mezzi di vivere, erano costretti a ricorrere ai proprietari ed a lavorare per conto loro, ai patti che essi volevano.
Così, man mano, attraverso tutta una rete complicatissima di lotte di ogni specie, invasioni, guerre, ribellioni, repressioni, concessioni strappate, associazioni di vinti unitisi per la difesa, e di vincitori unitisi per l’offesa, si è giunti allo stato attuale della società, in cui alcuni detengono ereditariamente la terra e tutta la ricchezza sociale, mentre la grande massa degli uomini, diseredata di tutto è sfruttata ed oppressa dai pochi proprietari.
Da questo dipende lo stato di miseria in cui si trovano generalmente i lavoratori, e tutti i mali che dalla miseria derivano: ignoranza, delitti, prostituzione, deperimento fisico, abbiezione morale, morte prematura. Da questo, la costituzione di una classe speciale (il governo), la quale fornita di mezzi materiali di repressione, ha missione di legalizzare e difendere i proprietari contro le rivendicazioni dei proletari; e poi si serve della forma che ha, per creare a sè stessa dei privilegi e sottomettere, se può, alla supremazia anche la stessa classe proprietaria.
Da questo, la costituzione di un’altra classe speciale (il clero), la quale con una serie di favole sulla volontà di dio, sulla vita futura… cerca d’indurre gli oppressi a sopportare docilmente l’oppressore, ed al pari del governo, oltre di fare gli interessi dei proprietari, fa anche i suoi propri. Da questo, la formazione di una scienza officiale che è, in tutto ciò che può servire agli interessi dei dominatori, la negazione della scienza vera. Da questo, lo spirito patriottico, gli odii di razza, le guerre e le paci armate, più disastrose delle guerre stesse. Da questo, l’amore trasformato in turbe mercato. Da ciò l’odio più o meno larvato, la rivalità, il sospetto fra tutti gli uomini, l’incertezza e la paura per tutti.
Tale stato di cose noi vogliamo radicalmente cambiare.
E poichè tutti questi mali derivano dalla ricerca del benessere fatta da ognuno per conto suo e contro tutti, noi vogliamo rimediarvi sostituendo all’odio l’amore, alla concorrenza la solidarietà, alla ricerca esclusiva del proprio benessere la cooperazione e all’imposizione la libertà, alla menzogna religiosa e pseudoscientifica la verità.

Anarchia è parola che viene dal greco, e significa propriamente senza governo: stato di un popolo che si regge senza autorità costituite, senza governo.
Prima che tale organamento incominciasse ad essere considerato come possibile e desiderabile da tutta una categoria di pensatori, e fosse preso a scopo da un partito, che è ormai diventato uno dei più importanti fattori delle moderne lotte sociali, la parola anarchia era presa universalmente nel senso di disordine, confusione; ed è ancora oggi adoperata in tal senso dalle masse ignare e dagli avversari interessati a svisare la verità.
Noi non entreremo in disquisizioni filologiche, poichè la questione non è filologica ma storica. Il senso volgare della parola non misconosce il suo significato vero e etimologico, ma è un derivato di quel senso, dovuto al pregiudizio che il governo fosse organo necessario della vita sociale, e che per conseguenza una società senza governo dovesse essere in preda al disordine, e oscillare tra la prepotenza sfrenata degli uni e la vendetta cieca degli altri.
L’esistenza di questo pregiudizio e la sua influenza nel senso che il pibblico ha dato alla parola anarchia, si spiega facilmente.
L’uomo come tutti gli essere viventi, si adatta e si abitua alle condizioni in cui vive, e trasmette per eredità le abitudini acquisite. Così, essendo nato e vissuto nei ceppi, essendo l’erede di una lunga progenie di schiavi, l’uomo, quando ha iniziato a pensare, ha creduto che la schiavitù fosse condizione essenziale della vita, e la libertà gli è sembrata cosa impossibile. Parimenti, il lavoratore, costretto per secoli e quindi abituato ad attendere il lavoro, cioè il pane, dal buon volere del padrone, e a vedere la sua vita continuamente alla mercè di chi possiede la terra e il capitale, ha finito col credere che sia il padrone che dà da mangiare a lui, e si domanda ingenuamente come si potrebbe fare a vivere se non vi fossero i signori.
Così uno, il quale fin dalla nascita avesse avuto le gambe legate e pure avesse trovato modo di camminare alla men peggio, potrebbe attribuire la sua facoltà di muoversi precisamente a quei legami che invece non fanno che dimiuire e paralizzare l’energia muscolare delle sue gambe.
Se poi agli effetti naturali dell’abitudine s’aggiunga l’educazione data dal padrone, dal prete, dal professore ecc., i quali sono interessati a predicare che i signori ed il governo sono necessari; se si aggiunga il giudice ed il birro, che si sforzano di ridurre al silenzio chi pensasse diversamente e fosse tentato di propagare il suo pensiero, si comprenderà come abbia messo radice, nel cervello poco coltivato della massa laboriosa, il pregiudizio della utilità, della necessità del padrone e del governo.
Figuratevi che all’uomo dalle gambe legate, che abbiamo supposto, il medico esponesse una teoria e mille esempi abilmente inventati per persuaderlo che colle gambe sciolte egli non potrebbe nè camminare, nè vivere; quell’uomo difenderebbe rabbiosamente i suoi legami e considererebbe nemico chi volesse spezzarglieli.
Dunque, poichè si è creduto che il governo fosse necessario e che senza il governo non si potesse avere che disordine e confusione, era naturale, era logico che anarchia, che significa “assenza di governo”, suonasse invece come “assenza di ordine”.
Errico Malatesta
L’Anarchia